La banda della Uno Bianca in tribunale a Rimini per il processo all'armiere

Sul banco dei testimoni Roberto Savi ed Eva Mikula nel processo che vede imputato l'ungherese Tamas Somogyi, 53 anni, accusato di essere il fornitore di armi del gruppo che mise a ferro e fuoco l'Emilia-Romagna. L'ex donna di Fabio Savi: "Mi dispiace per quello che è successo ma non mi sento di dire nulla ai parenti delle vittime"

Tornano a rivivere gli anni bui della banda della Uno Bianca nell’aula del tribunale di Rimini dove si è celebrata la seconda udienza del processo che vede imputato l’ungherese Tamas Somogyi, 53 anni, accusato di essere l’armiere del gruppo che mise a ferro e fuoco l’Emilia-Romagna. Martedì mattina si sono presentati in tribunale Roberto Savi, Eva Mikula e il giornalista della Rai Stefano Tura per testimoniare sui legami che univano Somogyi. Quello di Rimini è il nuovo processo che vede imputato Somogiy, dopo l'annullamento della condanna in primo e secondo grado a 8 anni e 6 mesi, già scontati, come armiere della banda. Tra gli spettatori c’erano anche i rappresentanti dell’associazione delle vittime della Uno Bianca.

Il primo a salire sul banco dei testimoni è stato Stefano Tura che nel gennaio del 1995, all’indomani dell’arresto dei fratelli Savi e di Eva Mikula, andò in Ungheria per ricostruire la vicenda e si incontrò con Somogyi. Un mese dopo, raccolse un’intervista con l’ungherese quando ancora il traffico di armi tra il 53enne e la banda della Uno Bianca non era ancora stato del tutto chiarito anche se l’incontro era più incentrato sulla figura della Mikula. In quella occasione, tuttavia, emerse anche la questione della fornitura di kalashnikov e pistole Feg provenienti dall’Armata Rossa grazie all’interessamento di un ex generale. Secondo quanto ricostruito in aula dal giornalista, Somogyi ammise di aver fornito a Fabio Savi le armi e di averlo conosciuto dopo essere stato presentato dalla Mikula.

Costellata di parecchi “non ricordo”, invece, la testimonianza di Roberto Savi, apparso molto invecchiato e trasandato. Sul banco dei testimoni, il “corto” della Uno Bianca ha raccontato di un viaggio fatto in Ungheria, su indicazione del fratello Fabio, per portare in Italia una borsa fornita da Somogyi ma di non sapere se contenesse armi e munizioni.

Più dettagliati, invece, i ricordi di Eva Mikula la donna del “lungo” anche se, al momento di salire sul banco dei testimoni, il suo avvocato ha chiesto che la testimonianza venisse resa a porte chiuse adducendo che, dopo tanti anni, il ricordo di quegli eventi era oramai appannato ed era inutile riaprire certe ferite. Una richiesta contestata sia dal pubblico ministero, Paolo Gengarelli, che dall’avvocato di Somogyi e il presidente del collegio ha permesso ai presenti di rimanere. La Mikula, apparsa in ottima forma ed elegantissima, ha ripercorso la sua storia d’amore con Fabio Savi e gli incontri con Somogy. Secondo il racconto della donna, la loro amicizia era nata quando l’ungherese era riuscito a far ottenere alla Mikula un passaporto falso quando lei, ancora minorenne, aveva conosciuto Fabio e voleva andare con lui in Italia. 

In quella occasione, Somogyi aveva raccontato a Savi di essere in grado di recuperare delle armi. A cavallo del 1992, iniziarono così le prime trattative per ottrnere i kalashnikov e le pistole Feg con Fabio che, secondo il racconto della Mikula, diventata sempre più nervoso quando il tempo passava e le armi non arrivavano. Nel luglio del 1993, l’ungherese chiese un incontro con la coppia e dà loro appuntamento nei pressi del confine tra Ungheria e Ucraina per consegnare loro una bomba a mano anche se, Fabio, continuava a chiedere delle armi. Sempre nell’estate del ’93, Somogyi e la moglie arrivano in Italia e sono ospiti di Fabio Savi a Torriana e qui il 53enne, ancora incalzato dal lungo della banda, decide di portarlo in Ungheria dove prelevano un’arma e rientrano in Italia. Al termine della testimonianza della Mikula, il tribunale ha aggiornato il processo al prossimo 7 gennaio quando salirà sul banco dei testimoni lo stesso Somogyi, oramai 70enne, che attualmente lavora come muratore in Francia.

“In questi momenti – ha commentato la Mikula lasciando il Palazzo di Giustizia – si riapre una cosa che avevo cercato di rimuovere. Adesso ho una nuova vita e sono madre di due bambini, in Italia si vive bene: basta essere sereni. Io ho i miei peccati ma non le mie colpe. Mi dispiace per quello che è successo ma non mi sento di dire nulla ai parenti delle vittime”.

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