Scintille in Consiglio comunale, volano gli stracci: presentata la mozione di sfiducia per Sara Donati

Nel mirino la presidente del Consiglio, l'attacco di Erbetta e Pecci: "Svolge il suo ruolo solo per la maggioranza. E' la prima volta che viene presentata una mozione di sfiducia"

Tensioni su più fronti nella seduta di giovedì sera del Consiglio Comunale. Una lunaga serata durata sei ore con la seduta sospesa in diverse occasioni vista l'atmosfera "infuocata". A tener banco uno strascico delle recenti polemiche quando la presidente del consiglio Sara Donati fu accusata dalla minoranza di aver tergiversato per prendere tempo e consentire l’ingresso di alcuni esponenti della maggioranza che altrimenti non avrebbe avuto i numeri per far approvare una delibera.

E giovedì la minoranza ha presentato l’annunciata mozione di sfiducia nei confronti della presidente ma la discussione non è potuta avvenire nel corso della seduta e slitta al prossimo consiglio. Una situazione che ha fatto aumentare la tensione, prima ha preso la parola LMarzio Pecci della Lega, primo firmatario della mozione,che ha protestato per non aver potuto presentare il documento e poi il consigliere di Rinascita Civica Mario Erbetta. I toni si sono alzati e sono volate accuse reciproche dai banchi di minoranza (con Erbetta a gridare “fascisti” ai dirimpettai) e maggioranza. La presidente Donati ha interrotto la seduta e convocato i capigruppo. Il consiglio è poi ripreso, ma gli animi sono ancora in subbuglio. Nel corso del suo intervento Erbetta, rivolgendosi alla presidente, ha anticipato anche un ricorso alla Prefettura. La mozione, spiega Pecci, dovrebbe essere discussa nel consiglio del 25 luglio e “qualora – scrive – la maggioranza rifiutasse di proporre un nuovo nominativo di garanzia dei diritti dei consiglieri, si creerebbe all’interno del Consiglio comunale una frattura insanabile.”

La nota di Mario Erbetta

Ieri sera durante il Consiglio Comunale abbiamo assistito all'ennesima violazione dei diritti della minoranza. Al consigliere Pecci, che voleva presentare formalmente la mozione di sfiducia contro il Presidente del Consiglio, è stato impedito di parlare non per discutere la subito la mozione, cosa improcedurale, ma solo per poter pubblicamente dichiarare la consegna della mozione firmata dai 13 consiglieri della minoranza. Poco prima, il presidente del Consiglio, temporeggiava e ritardava la votazione sulla provvisoria esecutività della delibera per i debiti fuori bilancio per dare il tempo al Sindaco, che mangiava tranquillamente al Ponte di Tiberio come le immagini su Facebook confermano, di poter tornare a votare e dare il diciasettesimo voto utile al fine dell'approvazione, cosa non accaduta nelle precedenti votazioni a causa della defezione di un consigliere di Patto Civico. Queste situazioni si aggiungono al comportamento del Presidente del Consiglio che qualche settimana fa durante una votazione usciva dall'aula, seguendo le istruzioni del consigliere Magrini, per far mancare il numero legale ad una delibera che avrebbe visto soccombente la maggioranza, dato che i componenti di patto Civico avevano dichiarato il voto sfavorevole. Questi comportamenti compromettono la figura super partes che il ruolo di Presidente del Consiglio deve avere e confermano la necessità da parte delle minoranze di sfiduciare un Presidente ormai esplicitamente di parte. Ma la cosa ancora più grave accaduta ieri sera e che per poter dare voce all'istanza fatta precedentemente dal consigliere Pecci sono stato costretto a intervenire fuori tema durante il dibattito della delibera sui prossimi lavori da fare alla Stazione. Un intervento legittimo ma che in tutti i modi è stato ostacolato prima dal Presidente stesso, invitandomi a parlare solo della delibera, e poi dal baccano e dalle urla dei banchi della maggioranza e del Pd a partire dal suo capogruppo Piccari (la cui voce abbiamo il piacere di sentirla solo in queste baruffe da Stadio) e dell'assessore Jamil, baronda creata ad hoc mentre leggevo la deontologia a cui deve attenersi un Presidente del Consiglio. I paladini della democrazia hanno cercato per l'ennesima volta, con comportamenti intimidatori da veri fascisti, di chiudere la bocca alla minoranza e alla mia persona con urla e baccano, ma come ho concluso nel mio intervento mi dispiace per loro ma “ Non mi chiudereranno mai la bocca”.

La nota di Marzio Pecci

La opposizione unita ha consegnato la mozione di revoca dall’incarico di Presidente del Consiglio comunale così come aveva anticipato il Capogruppo Lega, Marzio Pecci, pochi giorni fa per i fatti accaduti nella seduta del 13 giugno 2019. La mozione dovrà essere discussa al più presto e la data, salvo sorprese, sarà quella del 25 luglio 2019. La mozione di sfiducia, che era stata anticipata al Presidente in Conferenza dei Capigruppo dal Capogruppo Lega, Marzio Pecci, è stata sottoscritta da tutti i tredici consiglieri di opposizione. Purtroppo il Presidente, da tempo, svolge il proprio ruolo solo a favore della maggioranza violando le norme regolamentari del Consiglio comunale. Questo comportamento non più essere accettato dalla minoranza. Pertanto l’opposizione, che aveva votato la nomina della Presidente Donati confidando nella correttezza dello svolgimento della funzione, non sentendosi più tutelata propone, alla maggioranza, la mozione di sfiducia e quindi la revoca dell’incarico. Alla maggioranza, da subito, diciamo chiaro che qualora la maggioranza rifiutasse di proporre un nuovo nominativo di garanzia dei diritti dei consiglieri, confermando la fiducia alla attuale Presidente, si creerebbe, all’interno del Consiglio comunale, una frattura insanabile, tra maggioranza ed opposizione, che causerebbe gravi danni ai cittadini e le responsabilità ricadrebbero tutte sulla maggioranza. I tentativi del Presidente del Consiglio di scongiurare la presentazione della mozione di sfiducia, anche impedendo lo svolgimento della Commissione di controllo e garanzia, ricorrendo ad errate valutazioni interpretative del regolamento, sono stati tutti neutralizzati da una opposizione ferma e determinata nello svolgimento del proprio mandato così come aveva promesso al proprio elettorato.

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