"Il viaggio legale", incontro con Attilio Bolzoni

C'è anche l'Associazione Dig tra i promotori della tappa riminese de Il viaggio legale. L'Associazione riccionese che da due anni organizza i DIG Awards (il cui bando  è reperibile sul sito www. dig-awards.org) e che si pone tra i suoi obiettivi quello di sostenere e promuovere il giornalismo d'inchiesta, ha accolto l'invito ad organizzare un dibattito per fare il punto, partendo dalle storie dei giornalisti minacciati, del quadro giuridico - nomativo della professione giornalistica.   

“Intimidazioni. Quando i giornalisti sono minacciati dalle mafie” sarà l' appuntamento targato Dig che si svolgerà venerdì 17 febbraio alle 21 alla Sala del Giudizio del Museo che vede la partecipazione del giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni, curatore tra l'altro del blog Mafie e Valerio Vartolo avvocato dello Sportello legale di Ossigeno Informazione. A moderare la tavola rotonda sarà il giornalista e scrittore Matteo Marini. 

"Le minacce delle mafie ai giornalisti è un argomento purtroppo all’ordine del giorno del quale non si deve tacere, anzi,  impedire a un giornalista di fare il proprio mestiere equivale ad interrompere un servizio di pubblica utilità. L’informazione giornalistica in un paese democratico è una infrastruttura sociale e un’attività di interesse collettivo. - ha dichiarato Sara Paci, direttrice di DIG -  Tra gli obiettivi dell’Associazione riccionese c’è inoltre quello di sensibilizzare i cittadini sui temi connessi alla democrazia e alla libertà di stampa e di espressione. Parlare di mafie e di informazione serve soprattutto per sviluppare  un vero e proprio modello di cittadinanza attiva, in particolare attraverso l'educazione alla legalità".

"L’Ufficio Statistiche del Ministero della Giustizia ha finalmente reso possibile inquadrare il fenomeno della diffamazione ad uso stampa.  -  ha ricordato in conferenza stampa Sara Paci - Grazie all'impegno e alla determinazione dell'associazione  Ossigeno Informazione che da anni lavora a tutela dei giornalisti intimiditi e minacciati, è ora possibile ragionare intorno a elementi inediti e concreti di valutazione per impedire che la difesa personale possa essere strumentalizzata da chi vuole limitare la libertà di stampa e il diritto dei cittadini di essere informati".

Sono stati oltre 6000 i procedimenti per diffamazione a mezzo stampa “definiti” ogni anno dai Tribunali italiani nel biennio 2014-2015 ai quali si aggiungono i procedimenti pendenti dell'anno precedente. Si tratta di 567 procedimenti al mese, 19 al giorno. Se si pensa che i giornalisti italiani che trattano le informazioni di cronaca più delicate e controverse sono pressappoco in numero analogo, si capisce che il fenomeno riguarda l’intera popolazione dei cronisti.

Nel biennio 2014-2015 soltanto l’8 per cento dei procedimenti penali definiti ha concluso l’iter con la condanna dell’imputato (5,8 in Tribunale e 1,6 per cento in fase preliminare), mentre per l’87 per cento dei casi i giudici hanno prosciolto il giornalista imputato con le varie formule previste dal codice. Il fatto che soltanto una percentuale esigua di denunce sia convalidata da una sentenza significa che moltissime querele contengono accuse infondate, esagerate. Sono veri e propri abusi del diritto che si configurano come veri e propri bavagli per giornali e giornalisti che dovrebbero essere fermati sul nascere. 
Dal dossier curato da Ossigeno emerge anche che i giornalisti accusati di diffamazione a mezzo stampa sono principalmente giornalisti che raccontano fatti rilevanti di pubblico interesse. 

In questo quadro, ovviamente, influisce anche la durata dei processi, problema noto del nostro Paese. Per le querele si registra una media  di 2 anni e mezzo per istruttoria e oltre 6 anni per la sentenza di primo grado. Durante la fase preliminare, che mediamente dura due anni e mezzo, il giornalista accusato assume lo status di imputato, deve nominare un difensore, deve sostenere delle spese e l’incertezza dell’esito giudiziario induce lui e il suo giornale a non trattare l’argomento dal quale è nata la querela.  
"Certamente non sarebbe giusto essere permissivi con la diffamazione a mezzo stampa e non si deve lasciar correre la propagazione intenzionale di false verità. - ha concluso Sara Paci -  Ma al tempo stesso non è tollerabile il “chilling effect”, cioè l'effetto raggelante sui giornalisti, sui giornali, sull’intero mondo dell’informazione.

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