Renzi lascia il Pd e Gnassi non fa sconti: "Non si sbatte la porta di casa, prima di ogni cosa c'è l'interesse del Paese"

La personalizzazione di una fuoriuscita, la costituzione del gruppo autonomo, rischia di schiacciare sul nascere qualunque discussione che il PD invece deve fare

L'annuncio di Matteo Renzi di lasciare il Pd è uno scossone all'interno del partito e a intervenire sulla vicenda è anche il sindaco di Rimini Andrea Gnassi, che vede nei personalismi un rischio non solo per l’unità del PD ma anche per lo scenario politico del paese. Sulla sua pagina facebook Renzi scrive "Ho deciso di lasciare il Pd e di costruire insieme ad altri una Casa nuova per fare politica in modo diverso. Dopo sette anni di fuoco amico penso si debba prendere atto che i nostri valori, le nostre idee, i nostri sogni non possono essere tutti i giorni oggetto di litigi interni. La vittoria che abbiamo ottenuto in Parlamento contro il populismo e Salvini è stata importante per salvare l’Italia, ma non basta”. Adesso, continua, “si tratta di costruire una Casa giovane, innovativa, femminista, dove si lancino idee e proposte per l’Italia e per la nostra Europa. C’è uno spazio enorme per una politica diversa. Per una politica viva, fatta di passioni e di partecipazione. Questo spazio attende solo il nostro impegno”.

L'intervento di Gnassi

Vale per Renzi, valeva per Bersani, vale e valeva per tutti: non si sbatte la porta di casa propria e si va via per sempre, soprattutto quando è in atto una discussione ed è viva una sfida come quella del Governo. Non ci sono se né ma. Prima di ogni cosa, e di ogni valutazione personale, dovrebbe essere messo l’interesse comune di un Paese e di un’alternativa all’isolazionismo e al sovranismo che lavora su odio e paure. La storia e i precedenti insegnano che da traumi come questi chi ci guadagna è la delusione, che è l’anticamera dell’astensione e il viatico a derive che l’Italia ha già conosciuto. Ed è un errore anche (soprattutto?) perché con questa mossa, e la quasi certa personalizzazione polemica e mediatica, si inibisce ancora una volta il dibattito di fondo: quale deve essere la natura e la vocazione del nostro Partito Democratico? Il futuro non può che essere quello di uno spazio democratico allargato, in grado per la sua anima inclusiva di contrapporsi nella maniera più estesa al pericolo del sovranismo becero, del partito azienda, del partito di un capo. Un campo libero che supera gli steccati della ‘nostalgia del passato’ per capire, interpretare, includere appunto pezzi di società, adesso scarsamente o addirittura per niente rappresentati. Se da un lato nel mondo, e in Italia, si radica sempre più un blocco sovranista, che disprezza i principi costituzionali ed è in linea con i populismi internazionali più estremi, qual è la risposta di un moderno centrosinistra e del PD? Posto giustamente il tema della ridistribuzione della ricchezza, ad esempio, ci si affida a una logica (anch’essa demagogica) completamente assistenzialista e statalista? O, in un progetto di crescita che vede sussidiarietà attiva tra Stato, privati, comunità e enti locali, magari con un nuovo patto federalista e solidale per il Paese?

La personalizzazione di una fuoriuscita, la costituzione del gruppo autonomo, rischia di schiacciare sul nascere qualunque discussione che il PD invece deve fare. Spero e credo che il nostro segretario Zingaretti abbia nervi d’acciaio per concentrarsi sui problemi del Paese e su un PD di svolta, come affermato e dichiarato. Un PD che non può essere organizzato sull’unità delle correnti perché magari ‘tutte soddisfatte’. E’ proprio adesso che al Partito Democratico e alla stagione che ha deciso di interpretare con la rischiosa sfida del Governo, serve lo scatto.

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