Quello che i semi ci insegnano, anche nell’arte

Al confine tra Marche e Romagna, una mostra di dipinti che celebra il minuscolo grumo da cui tutto prende vita. Rigorosamente su supporti a zero impatto ambientale

“Lasciamo quindi il cuore aperto alla contaminazione per far sì che i semi portati dal vento crescano in noi”. Con questo auspicio la pittrice Maria Giulia Terenzi presenta il suo progetto artistico, una mostra di dipinti – che dopo l’inaugurazione del 27 luglio alle 18.30 alla chiesa di San Marco a Mombaroccio resterà a disposizione dei visitatori fino al 15 agosto - che proprio dai semi prende il titolo. Sono quei piccoli grumi di vita in potenza a essere la principale fonte di ispirazione e il filo conduttore dell’esposizione della giovane artista.

I dipinti in mostra sono creati su supporti a impatto ambientale praticamente nullo. Acrilico o a olio, il colore è steso su cartoni da imballaggio o su compensato, privilegiando sempre la logica del riciclo e del recupero degli oggetti, affidati a nuova vita dopo il primo utilizzo. Prediletti sono i ritratti, di volti o figure intere. Che sia Amy Winehouse, Gino Strada, un personaggio della quotidianità più intima o la rappresentazione di se stessa, Maria Giulia Terenzi assieme alle fisionomie vuole scavare l’anima, aiutando talvolta l’introspezione psicologica con l’incisione fisica delle superfici di lavoro. 
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I semi piantati in terra, quelli da cui trae origine la vita degli alberi, delle piante, dei fiori, dei frutti e, per una provvidenziale perfezione della natura, di tutti gli esseri che da questo traggono linfa, diventano allora metafora. E si fanno scintille di gratitudine, commistione, incontro, crescita, condivisione.
“Il seme – spiega Maria Giulia Terenzi – germoglia, la pianta cresce e si allontana dalla terra, ma non dimentica mai le sue radici, antica saggezza da riscoprire e ritmi naturali a cui ritornare, ma anche recupero di materiali, scambio e condivisione contrapposti alla cultura del consumo e dell’usa e getta”.

Il richiamo all’orto come luogo di incontro con l’arte, nel suo essere al contempo generatore di vita e depositario delle regole inviolabili del tempo, è più che suggerito. Ogni opera esposta ha al suo fianco dei semi, che il visitatore può prendere in dono, con l’invito ad averne cura, nell’attesa, dedita e paziente, di vederli spuntare e crescere. È anche questo rispetto del tempo che insegnano i cicli di crescita vegetali che ha affascinato Maria Giulia Terenzi al punto da farla diventare anche ortolana. Da qualche mese, infatti, l’artista ha creato a Tavullia - piccolo centro al confine tra Marche e Romagna - un orto sinergico, dove si fa lavorare la terra con il minor intervento umano possibile.

Accumulato in aiuole e ricoperto dalla pacciamatura, una sorta di paglia che lo protegge dagli sbalzi climatici, si lascia cioè che il terreno aumenti la propria fertilità grazie soltanto alla collaborazione tra radici, batteri del suolo, insetti e animali. Il ruolo dell’uomo è solo cercare di ricreare le condizioni migliori perché ciò possa accadere e meravigliarsi di stupore intatto di fronte alla festa di profumi, colori e sapori che la natura riesce ad apparecchiare.
 

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