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Cronaca

Affari sul morto, chiesto il rinvio a giudizio per 2 avvocati riminesi

I legali vinsero una causa di risarcimento da 660mila euro ma i parenti del defunto, con la complicità dei due, falsificarono la procura e intascarono la somma

Chiesto il rinvio a giudizio per due avvocati del Foro di Rimini già iscritti nel registro degli indagati nel luglio del 2013 per appropriazione indebita, patrocinio infedele ed evasione fiscale in quanto, per l’accusa, avrebbero aiutato un gruppo di cittadini albanesi ad intascare in maniera fraudolenta il risarcimento danni per la morte di un loro congiunto, escludendo invece la moglie dell’uomo. La vicenda da cui nasce il tutto risale al maggio del 2004 quando un albanese, all’epoca 31enne, rimase coinvolto in una rissa tra connazionali in viale regina Margherita. L’uomo, ferito gravemente all’addome e alla spalla da un coltello, arrivò all’ospedale di Riccione a bordo di un’auto, poi dileguatasi. In seguito il 31enne morì in ospedale
e, nel corso del processo per omicidio, emerse che il decesso dell'uomo era da imputare a una negligenza medica. Gli eredi dell’uomo, capeggiati dalla moglie, avviarono così una causa nei confronti dell’Ausl che si risolse, in via stragiudiziale, con un risarcimento da 660 mila euro, 450 dei quali sarebbero dovuti andare alla vedova.

Fino a questo punto la vicenda era proseguita in maniera del tutto lineare ma, stando all’accusa, i parenti del 31enne decisero di tagliare fuori la moglie dal risarcimento. Per realizzare il loro piano, si sono così rivolti ai due legali riminesi realizzando, nel giugno del 2010, una falsa procura della moglie dell'uomo per poter ritirare i 660mila euro depositati in un conto corrente acceso presso la filiale dell’Unicredit di via Carlo Zavagli. Con la falsa procura, in apparenza preparata da un notaio albanese e depositata al Consolato Generale d’Italia, uno dei fratelli del 31enne insieme ai due legali riminesi si erano presentati agli sportelli della banca per ritirare, in contanti, tutti i soldi. Secondo l’accusa, i due legali si sarebbero fatti consegnare in quel frangente 260mila euro quale onorario extra per il loro interessamento alla vicenda, che si è andato
ad aggiungere ai 50mila euro liquidati dall’assicurazione per le spese legali. Di quei 260mila euro, inoltre, si sarebbero subito perse le tracce tanto che, i due avvocati, per evadere l’Iva non li avrebbero mai indicati nella dichiarazione dei redditi del 2011.

A scoprire l’inghippo è stata la stessa vedova dell'albanese, alla fine del 2012, dato che era a conoscenza del procedimento per il risarcimento per la morte marito ma, quando aveva iniziato ad interessarsi sullo stato di avanzamento della liquidazione, aveva poi scoperto che i soldi erano già stati pagati. In seguito alle accuse, i carabinieri avevano eseguito una perquisizione negli uffici dei due legali per acquisire ulteriori documentazioni sulla transazione della liquidazione e, il pm che indaga sulla vicenda, aveva richiesto il sequestro preventivo per l’equivalente di 260mila euro dei beni degli avvocati coinvolti che, con la richiesta di rinvio a giudizio, dovranno rispondere dei reati di appropriazione indebita, falsità materiale ed evasione fiscale in concorso. Il fratello della vittima, invece, ha già patteggiato e risarcito la vedova.

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