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Il Dna incastra il rapinatore seriale di banche, colpì anche nel riminese

Il malvivente, originario della Sicilia ma da tempo residente nel torinese, è un noto imprenditore edile e proprietario di una villa. Secondo gli inquirenti sovvenzionava le sue attività lecite con i proventi delle rapine

Si è conclusa grazie alle tracce di Dna, scoperte dai carabinieri del Ris, la carriera di rapinatore seriale di banche per un imprenditore edile siciliano 36enne residente nel torinese. L'uomo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Vigevano guidati dal capitano Rocco Papaleo, era membro di un commando di almeno altri 3 soggetti, rimasti ancora ignoti, autori di una serie di assalti alle banche emiliano romagnole e piemontesi. Il 36enne, finito in manette per un ordine di custodia cautelare in carcere, oltre a un colpo nel luglio del 2011 alla Banca popolare di Novara di Robbio, con il sequestro di 4 impiegate e un bottino da 34mila euro, aveva messo a segno varie rapine tra il maggio del 2012 e il dicembre dello stesso anno nelle province di Cuneo, Alessandria e Rimini. Fatale al malvivente, tuttavia, è stata proprio la rapina del 2011 quando, subito dopo il colpo, i carabinieri di Vigevano avevano recuperato del materiale toccato dai banditi. In particolare, nelle mani degli inquirenti era finita una cartellina portadocumenti con la quale il primo rapinatore era entrato in banca probabilmente fingendo di dover sbrigare alcune pratiche. Inviata al Ris di Parma, erano state trovate delle tracce di Dna sull'elastico che venne poi confrontato con quello di uno dei rapinatori catturati dopo la rapina alla filiale di Garlasco della Banca Popolare di Novara. Dalle immagini ricavate dal sistema di videosorveglianza dell’agenzia di Robbio, i militari avrebbero ottenuto ulteriori indizi al fine di individuare Carmelo S. come l’uomo che per primo era entrato nella banca di Robbio, con la cartella portadocumenti in mano. Il 36enne è stato quindi incastrato dal suo profilo genetico e ammanettato nella sua lussuosa villa torinese; secondo gli inquirenti, il malvivente sovvenzionava la sue attività lecita di imprenditore edile con i proventi delle rapine.

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