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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Cronaca

Ucciso per un debito di 7500 euro, si apre il processo alla banda di picchiatori

Per il quarto componente del gruppo accusato di aver picchiato a morte Antonino Di Dato, attualmente ancora latitante, ci sarà un procedimento a parte

Si è aperto il processo in Corte d'Assise a Rimini nei confronti di Bruno Francesco Cacchiullo, 54 anni difeso dagli avvocati Anna Salvatore e Luca Donelli; Costantino Lomonaco, 37 anni difeso dagli avvocati Francesco Pisciotti e Roberto Brancaleoni; Ivan Dumbobic, croato 44enne difeso dall'avvocato Antonio Pelusi, accusati di far parte della banda di picchiatori che il 3 novembre del 2021 massacrarono a bastonate il 45enne Antonino Di Dato poi deceduto in ospedale dopo 9 giorni di agonia. Per il quarto componente del gruppo, Azim Samardzic bosniaco ad oggi ancora latitante e difeso dall'avvocato Stefano Caroli, si procederà con un procedimento a parte. Dopo le questioni preliminari, il processo è stato aggiornato al prossimo 13 febbraio per ascoltare la ricostruzione degli inquirenti.

Gli imputati hanno sempre sostenuto di essere estranei alla spedizione punitiva che aveva portato alla morte del 45enne scaricando tutte le colpe sul bosniaco. Sarebbe stato lui l'ideatore del pestaggio, nato da un debito di 7500 euro accumulato da Di Dato, e quello che avrebbe calcato di più la mano nei confronti della vittima utilizzando un bastone da trekking fino a procurargli le lesioni che gli sono costate la vita. Un pestaggio descritto come di una violenza inaudita da parte degli altri ospiti dell'hotel di via San Remo che, per la paura di finire nel mirino dei quattro picchiatori, non sono intervenuti in difesa della vittima.

Che all'origine del pestaggio potesse esserci un debito di Di Dato era apparso subito chiaro agli inquirenti anche perchè, dopo averlo massacrato, i quattro hanno preso il portafoglio del 45enne con 500 euro minacciandolo di tornare per prendersi il resto. C'è da capire come e perchè la vittima, già nota alle forze dell'ordine e legato alla criminalità organizzata, avesse accumulato quel debito. Gli inquirenti comunque, tenderebbero ad escludere che possa esserci la malavita dietro all'omicidio di Di Dato, già condannato a 9 anni per associazione a delinquere di stampo camorristico e sottoposto al regine di sorveglianza speciale, che aveva un passato alquanto torbido e nell'ottobre del 2019 era già finito in manette nell'ambito dell'operazione "Hammer" dei carabinieri riminesi che avevano svelato una lotta tra due bande legate al crimine organizzato per mettere le mani sulla città.

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