Cronaca

Covid, uno studio sul virus in gravidanza: arruolati i lavoratori della regione

L'ISS ha spiegato che a causa della mancanza di evidenze scientifiche solide all'inizio della pandemia le mamme sono state più spesso separate dai figli alla nascita

I laboratori di analisi della sanità emiliano-romagnola saranno ingaggiati per portare avanti lo studio sul Covid in gravidanza, avviato nel 2020 a livello nazionale dall'Istituto superiore di sanità. Lo prevede uno schema di accordo tra Regione e Iss, che nei giorni scorsi ha ricevuto il via libera dalla Giunta Bonaccini. Al progetto dell'Italian obstetric surveillance system (Itoss) partecipano 13 Regioni e per l'Emilia-Romagna hanno aderito 18 punti nascita. Per lo studio vengono prelevati campioni biologici per la ricerca del virus nei fluidi corporei materni, nella placenta, nel sangue cordonale, nell'orofaringe del neonato alla nascita e nel latte materno, per verificare le possibili vie di trasmissione del covid tra la mamma e il feto. I campioni biologici prelevati nei singoli ospedali dove vengono ricoverate le donne, saranno poi inviati nei laboratori di riferimento identificati nelle tre aree geografiche del Paese (nord, centro, e sud), "in modo da garantire l'uniformità e la qualità degli esami". Proprio per "l'implementazione dello studio- si legge nell'accordo- è necessaria la partecipazione dei laboratori aziendali di riferimento della Regione Emilia-Romagna, dotati della professionalità, dei mezzi e delle strutture necessarie per l'esecuzione dei test molecolari e sierologici sui campioni biologici". E' previsto anche un finanziamento di 10.000 euro erogato alla Regione dall'Istituto superiore di sanità. A fine 2020 erano stati diffusi dall'Iss i primi risultati preliminari di questo studio, da cui emerge che la trasmissione del virus da madre a neonato sembra possibile ma è molto rara e non è influenzata dalla modalità del parto, dall'allattamento o dal ricovero nella stessa stanza. 

A causa della mancanza di evidenze scientifiche solide, spiega l'Iss, all'inizio della pandemia le mamme sono state più spesso separate dai figli al momento della nascita. In seguito, sono stati favoriti di più il contatto e l'allattamento, notando che le condizioni di salute dei bambini non separati dalle madri durante il ricovero non sono peggiori degli altri. Tra il 25 febbraio e il 30 settembre dell'anno scorso, data considerata come fine della prima ondata, in Italia si sono registrate 875 gravidanze di donne positive al Covid. Di queste, 667 hanno partorito con un tasso di incidenza del virus pari a 2,9 casi per mille parti a livello nazionale. Sul totale dei 681 neonati presi in esame, invece, solo 19 (il 2,8%) sono risultati positivi la nascita e solo uno ha avuto complicazioni respiratorie, risolte dopo il ricovero in terapia intensiva. Delle 667 donne positive al Covid che hanno partorito, la maggior parte ha sviluppato una malattia lieve o moderata e solo il 2% è stato ricoverato in terapia intensiva. Il 18,6% nel complesso ha sviluppato una polmonite interstiziale. I parti pretermine sono stati il 13%, quasi il doppio del tasso nazionale, ma il 71% di questi casi è attribuibile alla decisione di anticipare il parto. Il tasso di tagli cesarei è stato pari al 34%, in linea con la media nazionale. Il 51% delle donne ha potuto avere accanto una persona di propria scelta durante il travaglio e il parto. Il 54% dei neonati è potuto rimanere accanto alla mamma, di cui il 27% con contatto pelle a pelle. Durante il ricovero il 69% delle mamme e dei neonati hanno potuto condividere la stessa stanza e il 76% dei neonati ha ricevuto il latte materno. Si sono registrate infine sei morti in utero e una morte neonatale non riconducibili al Covid, e nessuna morte materna. (fonte Dire)

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