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Cronaca

Due ergastoli per l'omicidio di Antonino Di Dato, agli altri due complici 22 anni a testa

Il 45enne era deceduto in ospedale dopo un'agonia di 9 giorni in seguito al feroce pestaggio subìto dal gruppo per un debito di droga di 7500 euro

Due ergastoli per i principali imputati e 22 anni a testa per gli altri due partecipanti al feroce pestaggio che portò alla morte, dopo nove giorni di agonia, del 45enne Antonino Di Dato avvenuto il 3 novembre del 2021 quando venne massacrato a bastonate. I giudici della Corte d'Assise di Rimini hanno accolto le richieste del pubblico ministero Paolo Gengarelli che, nella sua requisitoria, aveva chiesto il "fine pena mai" per Asim Samardzic “detto Ivan”, 47enne cittadino bosniaco tutt'ora latitante, indicato come l'organizzatore dell'agguato, e per il croato Ivan Dumbovic, 44 anni. Nei loro confronti, inoltre, è stato disposto l'isolamento per 20 giorni. Più alte, rispetto alle richieste dell'accusa, le pene per gli altri componenti della squadra punitiva che quella sera si era presentata nella hall dell'hotel Emanuela di viale Sanremo: 22 anni per Costantino Lomonaco (10 anni quelli chiesti dal sostituto procuratore) e 22 anni e 8 mesi (12 la richiesta del pm) per Bruno Francesco Cacchiullo. Per tutti, inoltre, è stato disposto il pagamento delle spese processuali e quello del mantenimento in carcere oltre all'interdizione perpetua dei pubblici uffici e al risarcimento della parte civile, i figli della compagna della vittima, da liquidarsi in separata sede con una provvisionale immediatamente esecutiva di 35mila euro per ciascuno dei due ragazzini.

Dall'inchiesta era emerso che Di Dato era stato massacrato in quanto aveva accumulato debiti per 7500 euro nei confronti del bosniaco 47enne Azim Samardzic difeso dall'avvocato Stefano Caroli che, insieme a Bruno Francesco Cacchiullo, 54 anni difeso dagli avvocati Anna Salvatore e Luca Donelli; Costantino Lomonaco, 37 anni difeso dagli avvocati Francesco Pisciotti e Roberto Brancaleoni; Ivan Dumbobic, croato 44enne difeso dall'avvocato Antonio Pelusi, avrebbe poi organizzato la spedizione nell'hotelGli imputati avevano sempre sostenuto di essere estranei alla spedizione punitiva che aveva portato alla morte del 45enne scaricando tutte le colpe sul bosniaco. Sarebbe stato lui l'ideatore del pestaggio, nato da un debito di 7500 euro accumulato da Di Dato, e quello che avrebbe calcato di più la mano nei confronti della vittima utilizzando un bastone da trekking fino a procurargli le lesioni che gli sono costate la vita. Un pestaggio descritto come di una violenza inaudita da parte degli altri ospiti dell'hotel di via San Remo che, per la paura di finire nel mirino dei quattro picchiatori, non erano intervenuti in difesa della vittima.

Che all'origine del pestaggio potesse esserci un debito di Di Dato era apparso subito chiaro agli inquirenti anche perché, dopo averlo massacrato, i quattro hanno preso il portafoglio del 45enne con 500 euro minacciandolo di tornare per prendersi il resto. C'è da capire come e perché la vittima, già nota alle forze dell'ordine e legato alla criminalità organizzata, avesse accumulato quel debito. Gli inquirenti comunque, avevano sempre escluso che potesse esserci la malavita dietro all'omicidio di Di Dato, già condannato a 9 anni per associazione a delinquere di stampo camorristico e sottoposto al regime di sorveglianza speciale, che aveva un passato alquanto torbido e nell'ottobre del 2019 era già finito in manette nell'ambito dell'operazione "Hammer" dei carabinieri riminesi che avevano svelato una lotta tra due bande legate al crimine organizzato per mettere le mani sulla città.

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