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Due sfide per la città: Tempio Malatestiano patrimonio dell’Unesco e Rimini capitale della cultura

L'assessore Piscaglia: "Non è scontato riuscire a raggiungere questi obiettivi, ma non era neppure scontato avere le carte in regola per provarci"

Punta molto sul futuro culturale la città di Rimini che, nei prossimi mesi, sarà impegnata a portare avanti due importati candidature: Il riconoscimento del Tempio Malatestiano patrimonio dell’Unesco, e la possibile candidatura a capitale della Cultura per il 2024. "Sono percorsi sfidanti - spiega l'assessore Giampiero Piscaglia - oltre che dal punto di vista puramente organizzativo, soprattutto perché ci consentono di avere ancor più consapevolezza della strada compiuta dalla città nella direzione di togliersi le vesti di località solo balneare e di presentarsi all’Europa e al mondo con polo storico, artistico, culturale con lo sguardo proiettato in avanti. Perché se forse fino a non poco tempo fa pensare a Rimini che si avvia a grandi passi anche verso la dimensione di città d’arte poteva apparire un’eresia, oggi siamo nelle condizioni di poterci proporre senza esitazioni come un territorio capace di far leva su un patrimonio culturale di una valenza tale da essergli riconosciuta a livello internazionale". 

"Non è scontato riuscire a raggiungere quest’obiettivo, ma non era neppure scontato avere le carte in regola per provarci - prosegue l'assessore alla Cultura. - Rispetto al progetto per il riconoscimento del Tempio e delle terre malatestiane come patrimonio dell’Unesco, l’Amministrazione sta lavorando alla costituzione di un comitato scientifico a sostegno della candidatura. Il Tempio Malatestiano, gioiello opera del genio di Leon Battista Alberti, rappresenta la massima rappresentazione della magnificenza malatestiana, l’opera più grandiosa voluta da Sigismondo e può essere il simbolo di quelle terre malatestiane che rendono unico il nostro territorio. Un percorso di riconoscimento che viaggerà in parallelo a quello per proporre Rimini come capitale italiana della cultura, che prevede la partecipazione ad un bando ministeriale, che fisserà i tempi per la presentazione della manifestazione di interesse e le linee guida per il conferimento del titolo. Una giuria definirà la short list di dieci città finaliste ammesse a partecipare alla fase finale della procedura, che avverrà attraverso audizioni pubbliche".  

"Dopo Mantova, Pistoia, Palermo, Parma, capitale della cultura 2020 ma prorogata al 2021 per la pandemia e il conferimento in via straordinaria a Bergamo e Brescia per il 2023 - ricorda Piscaglia - pochi giorni fa è stata ufficializzata la scelta di Procida per il 2022. Un’assegnazione, quella di Procida in particolare - così come quella di Chiari, in provincia di Brescia, di ‘capitale italiana del libro’ - che dà il senso di cosa si cerchi in una 'capitale' della cultura: non solo naturalmente parametri come la ricchezza di monumenti, la dotazione di spazi, di sale, ma anche la capacità dei territori di valorizzare la propria storia e di saperla reinterpretare per proporla al mondo. E sul saper ricostruirsi e reinventarsi, Rimini ha definito la sua identità da sempre. Il valore che pochi luoghi come Rimini possono vantare è dato dalle sue tante bellezze storiche, archeologiche, artistiche e paesaggistiche, ma soprattutto dalla sua capacità di fare leva sulle proprie risorse identitarie per costruire una nuova storia, dove il passato e il futuro, la tradizione e l'innovazione, la dimensione immateriale e i nuovi luoghi fisici della cultura, dialogano in una sintesi che la nostra Città ha dimostrato di poter proporre con diversi risultati. Un percorso tuttora aperto e destinato ad andare avanti". 

"La cultura è un collante vitale per la vita della comunità - conclude Piscaglia - ma solo a condizione che i saperi e le conoscenze sappiano sempre tradursi in cura del pensiero e della creatività, e mantenere un costante dialogo fra il passato e il futuro. Essere cittadini significa essere responsabili verso sé e gli altri, significa prendersi cura dell’ambiente e delle istituzioni. La cultura poi deve sapersi tradurre in azione politica e amministrativa. Dobbiamo attrezzarci, in questo tempo in cui siamo spettatori di una rivoluzione sociale, per capire il presente e costruire il futuro. Per questo abbiamo bisogno di pensieri lunghi che mettano insieme i saperi, creino connessioni, fra il notum che è nei nostri monumenti, nelle nostre storie e inventare quanto di novum ci viene richiesto. Vale a dire, confrontare e coniugare la lezione e l’esperienza che abbiamo maturato fino a qui con la domanda di futuro per gli anni a venire.” 

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