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Cronaca

Due testimoni chiave muoiono improvvisamente, rinviato il processo per l'omicidio Di Dato

Ad informare giudici e avvocati è stato il pubblico ministero Paolo Gengarelli che ha annunciato la scomparsa di chi aveva assistito al pestaggio mortale

La notizia è piombata come un fulmine a ciel sereno nell'aula del Tribunale di Rimini dove si celebrava la Corte d'Assise per l'omicidio del 45enne Antonino Di Dato avvenuto il 3 novembre del 2021 quando venne massacrato a bastonate e poi deceduto in ospedale dopo 9 giorni di agonia. Ad informare giudici e avvocati è stato il pubblico ministero Paolo Gengarelli che ha annunciato come due testimoni chiave, che avrebbero dovuto raccontare cosa accadde il giorno del delitto, sono improvvisamente deceduti. A perdere la vita è stato uno degli ospiti dell'hotel dove si è consumato il delitto, un uomo con problemi di deambulazione e che quel pomeriggio, a suo dire, verso le ore 18:30, si trovava nei tavolini esterni della struttura, quando quattro soggetti dall'atteggiamento ostile e minaccioso gli ordinavano di sedersi all'interno per poi impossessarsi del suo bastone in metallo da trekking per colpire con violenzail Di Dato al capo. Anche il secondo deceduto alloggiava nella struttura ricettiva e, all'epoca, aveva raccontato agli inquirenti di essere uscito per fumare una sigaretta quando aveva visto arrivare i componenti della spedizione punitiva. I quattro, aveva dichiarato, avevano minacciato il 45enne per farsi restituire un debito entro due giorni.

Dall'inchiesta era emerso che Di Dato era stato massacrato in quanto aveva accumulato debiti per 7500 euro nei confronti del bosniaco 47enne Azim Samardzic che, insieme a Bruno Francesco Cacchiullo, 54 anni difeso dagli avvocati Anna Salvatore e Luca Donelli; Costantino Lomonaco, 37 anni difeso dagli avvocati Francesco Pisciotti e Roberto Brancaleoni; Ivan Dumbobic, croato 44enne difeso dall'avvocato Antonio Pelusi, avrebbe poi organizzato la spedizione nell'hotel di via San Remo. Gli imputati hanno sempre sostenuto di essere estranei alla spedizione punitiva che aveva portato alla morte del 45enne scaricando tutte le colpe sul bosniaco. Sarebbe stato lui l'ideatore del pestaggio, nato da un debito di 7500 euro accumulato da Di Dato, e quello che avrebbe calcato di più la mano nei confronti della vittima utilizzando un bastone da trekking fino a procurargli le lesioni che gli sono costate la vita. Un pestaggio descritto come di una violenza inaudita da parte degli altri ospiti dell'hotel di via San Remo che, per la paura di finire nel mirino dei quattro picchiatori, non erano intervenuti in difesa della vittima.

Che all'origine del pestaggio potesse esserci un debito di Di Dato era apparso subito chiaro agli inquirenti anche perchè, dopo averlo massacrato, i quattro hanno preso il portafoglio del 45enne con 500 euro minacciandolo di tornare per prendersi il resto. C'è da capire come e perchè la vittima, già nota alle forze dell'ordine e legato alla criminalità organizzata, avesse accumulato quel debito. Gli inquirenti comunque, tenderebbero ad escludere che possa esserci la malavita dietro all'omicidio di Di Dato, già condannato a 9 anni per associazione a delinquere di stampo camorristico e sottoposto al regine di sorveglianza speciale, che aveva un passato alquanto torbido e nell'ottobre del 2019 era già finito in manette nell'ambito dell'operazione "Hammer" dei carabinieri riminesi che avevano svelato una lotta tra due bande legate al crimine organizzato per mettere le mani sulla città.

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