I lavoratori dello spettacolo ai box dal 23 febbraio: "I primi a fermarci e forse gli ultimi a ripartire"

L’assessore Piscaglia: “Stiamo lavorando a un bollino certificato di sicurezza per riprendere le attività”

I sipari sono abbassati, i riflettori sono spenti, i palcoscenici sono vuoti. Da oltre un mese e mezzo il mondo dello spettacolo è fermo, bloccato da un Covid-19 che impone distanza, isolamento, quando la cultura è unione e condivisione della bellezza. Teatri e musei chiusi, concerti annullati, mostre senza visitatori: un vuoto difficile da colmare per il pubblico, che in questo periodo ha comunque la possibilità di appagare la fame di arte e di cultura grazie alle molteplici proposte on line, che se non possono sostituirsi all’esperienza dal vivo, perlomeno allietano l’attesa tra le mura di casa. Il vuoto però è ancora più pesante per chi fino a fine febbraio era sul palcoscenico, per chi lavorava dietro le quinte, chi controllava le luci, i suoni, chi allestiva e sgomberava sale, palazzetti, arene, chi accompagnava e assisteva il pubblico nelle sale, chi lo guidava lungo percorsi e visite culturali.

Le maestranze del mondo della cultura e dello spettacolo rappresentano una categoria tra le più penalizzate dal Covid-19: i primi a fermarsi, gli ultimi a ripartire. “La stragrande maggioranza dei lavoratori del mondo dello spettacolo è socio di cooperative, legato da contratti a intermittenza per la particolare natura del lavoro che li vede impegnati magari per un paio di mesi in maniera continuativa per poi stare fermi giorni o settimane. Il problema è che gran parte di queste persone in quanto equiparate a lavoratori autonomi, non possono accedere alla cassa integrazione in deroga e sono privi di tutele. Alcuni hanno fatto richiesta e ricevuto i 600 euro, ma per chi è fermo da febbraio, con la previsione di ancora tanti mesi di stop davanti, è davvero poca cosa”. A parlare è Matteo Chichiarelli, riminese classe 1977 nato come responsabile di palco del Velvet Club e oggi affermato production manager e tra i fondatori di Cometa group, azienda che fornisce supporto e assistenza per la realizzazione di eventi e manifestazioni a Rimini come nel resto di Italia, oltre che socio di altre due aziende attive nel campo della produzione per grandi festival e della safety and security. Cometa - così come Doc Servizi, altra importante realtà che fornisce servizi per il Comune di Rimini - raccoglie circa un’ottantina tra facchini, tecnici luci e audio, macchinisti, per la stragrande maggioranza residenti sul territorio e che oggi si ritrovano in gravissima difficoltà. “Ci stavamo preparando ad una fase di lavoro intensissima, ma dal 23 febbraio è tutto fermo, zero fatture – racconta – Io ho avuto la possibilità negli anni di costruirmi delle basi solide, ma la preoccupazione è per i tantissimi uomini e donne impiegati nel settore, che lavorano a chiamata e che oggi non hanno alcuna entrata. Ci sono tecnici altamente specializzati che troveranno il modo di reinventarsi, con alcuni ad esempio stiamo già pensando a come mettere a frutto le competenze per sistemi utili alle nuove esigenze delle aziende; penso però ai tecnici più giovani appena avviati alla professione, ai facchini, ai professionisti precari che tra le diverse commesse riuscivano a sbarcare il lunario e che oggi sono al palo e soprattutto non hanno prospettive. E pensare che l’Italia in questo settore è un’eccellenza, presa d’esempio in Europa”.

Il tema del destino dei lavoratori dello spettacolo è sul tavolo anche della Regione Emilia Romagna. “Già un mese fa abbiamo aderito all’appello al Governo promosso dagli Assessorati alla cultura delle grandi città italiane per chiedere misure di sostegno immediate a favore del mondo della cultura e dello spettacolo e delle donne e degli uomini su cui tale mondo di regge – ricorda l’assessore alla cultura Giampiero Piscaglia - Dietro a piccoli e grandi spettacoli, concerti, eventi, mostre c’è l’opera preziosa di una schiera di lavoratori che oggi sono senza alcun paracadute. Il territorio di Rimini, con i tanti e nuovi spazi culturali e il cartellone di eventi e iniziative unico per quantità e qualità, offriva opportunità di occupazione per centinaia di addetti. Questo è un settore dove il precariato è strutturale, molti lavoratori sono in qualche modo ‘stagionali’ e oltre ad aver visto volatizzarsi già due mesi di lavoro vivono con l’ansia di non avere alcuna prospettiva per la ripresa, consapevoli che ci vorrà ancora tempo prima che si possa riprendere a frequentare teatri ed assistere concerti. Ecco perché nell’appello al Governo si è ribadita la necessità di dichiarare lo stato di crisi per l'intero settore culturale pubblico e privato e di estendere tutti gli strumenti disponibili di tutela dell’occupazione e di accesso ad ammortizzatori sociali. E’ indispensabile che non solo vengano garantite a tutti i lavoratori tutele economiche e previdenziale, ma soprattutto che si delinei qualche prospettiva futura, affinché si possa riprende a lavorare in condizioni di sicurezza, sia per gli addetti sia per il pubblico, e per questo, insieme alla Regione stiamo già lavorando alla creazione di tavoli tecnici che diano un “bollino certificato di sicurezza”, una sorta di marchio di garanzia che può avere solo chi assicura con il massimo del rigore le condizioni indispensabili per riprendere a organizzare e fruire mostre, musei e spettacoli. Ed è ancora per sostenere le realtà culturali più piccole e meno protette, che si è deciso concordemente di destinare 30 milioni di euro, dei 130 previsti nel Decreto cura Italia per la cultura, a favore di tutte quelle attività extra FUS, cioè quelle che non sono finanziate dal Fondo Unico dello Spettacolo e che riguardano associazioni o soggetti non garantiti che organizzano eventi culturali”.

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