Ilaria Alpi, UniCredit premia Susan Mohammadkhani Ghiasvand: perseguitata per il coraggio della verità

Sul palco del Palariccione sabato sera ci sarà anche Susan Mohammadkhani Ghiasvand. E’ lei, giornalista iraniana, che ha 34 anni e un inferno alle spalle, la destinataria del riconoscimento voluto da UniCredit

Sul palco del Palariccione sabato sera ci sarà anche Susan Mohammadkhani Ghiasvand. E’ lei, giornalista iraniana, che ha 34 anni e un inferno alle spalle, la destinataria del riconoscimento voluto da UniCredit, nell’ambito del Premio Ilaria Alpi. Susan è riuscita a fuggire lo scorso anno dall’Iran e oggi è ospite della Maison des Journalistes di Parigi. Perché è fuggita? Perché Susan è nata donna in un Paese che permette che le donne siano oggetto di soprusi e violenza.

Perché è nata donna e con la passione di raccontare la realtà della sua terra nel sest’ultimo Paese della classifica di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa nel mondo. Il che significa sfidare a viso aperto il regime e le sue leggi illiberali. E Susan voleva farlo, aveva cominciato a farlo andando in profondità nel racconto delle storie di cronaca. Donne, omosessualità, Kurdistan. Questi sono alcuni dei temi che ha provato a trattare. Storie di donne che vengono violentate e uccise dai mariti senza che questo costituisca un problema, un vero reato. Storie che parlano di omosessualità, quando il leader del Paese ne nega l’esistenza.

“Essendo donna, mi sono imbattuta in varie difficoltà sul lavoro a causa del governo, della società in generale e della mia famiglia”. Così Susan racconta innanzi tutto la difficoltà di affermare la propria professionalità e di ricevere compensi adeguati, pari o quanto meno vicini a quelli di un collega uomo. “I datori di lavoro supponevano che, essendo una donna, le mie spese dovessero essere sostenute da mio fratello e da mio padre. Amavo scrivere. La mia vita non avrebbe avuto alcun senso senza carta e penna. Ma molte volte i miei articoli non venivano pubblicati per lasciare spazio alla pubblicità. E non mi era permesso scrivere riguardo errori di aziende e organizzazioni perché, essendo spesso inserzionisti, gli editori non volevano perdere questa fonte di guadagno. E se avessi protestato sarei probabilmente stata licenziata”.

Poi il tema delle donne: “Scrivere riguardo ai problemi delle donne è difficile, a volte impossibile in Iran. Non potevo scrivere liberamente riguardo le violenze e le molestie sessuali che subiscono. Per esempio, una ragazza nel nostro villaggio era stata uccisa dal padre e dallo zio e la stampa locale riportò la notizia della sua morte senza alcun dettaglio. Conoscevo la vita della ragazza, i problemi che aveva dovuto affrontare e la ragione per cui era stata uccisa e preparai un articolo al riguardo che non fu pubblicato. Mi venne detto che in quel tipo di società, una persona non può scrivere di questo tipo di problemi. Scrissi un copione per un film sulla ragazza uccisa e cercai di ottenere un permesso per realizzarlo, ma mi fu negata anche questa opportunità”. “Una volta, una ragazza del mio villaggio è stata costretta a sposare qualcuno che non desiderava e suo marito la violentò. Quando scrissi un articolo su questa storia la famiglia dello sposo venne in ufficio e mi minacciò”.

Altri limiti sono imposti dalla politica: “L’Iran – spiega Susan - è composto da molti gruppi etnici e religiosi e il regime non rispetta i diritti di queste minoranze. Nel Kurdistan il tasso di delitti d’onore è alto dato che nessuno li proibisce. Il tasso di suicidio tra le donne è altrettanto alto, così come il tasso di disoccupazione. Dopo la rivoluzione del 1979 le attività politiche curde sono proibite”. Per Susan il carcere arriva nel 2009. Aveva circa 30 anni. L’arresto si intreccia con la storia del suo racconto sull’omosessualità: “Partecipai a un concorso di scrittura e la mia storia vinse il primo premio. Nonostante questo, ricevetti il mio riconoscimento un anno dopo. Il tema della mia storia era l’omosessualità, la giuria suggerì di fare del mio lavoro un libro e fu nel periodo in cui lo stavo scrivendo che Ahmadinejad dichiarò alla Columbia University che in Iran non c’era alcun omosessuale. A seguito degli eventi post elezioni sono stata arrestata e le autorità confiscarono la mia storia ancora incompleta. Quando venni liberata, settimane dopo, e mi venne dato indietro il mio computer realizzai che mancava il disco contenente quanto avevo già scritto. Ora sto scrivendo tutto da capo”.

Non si ferma Susan. Continua, come può dalla Francia. Per parlare ancora di come va la vita nel suo Paese e di come non si possa raccontarlo, né all’esterno né all’interno dei suoi confini. La verità può diventare un lavoro molto rischioso. “Anche quest’anno – dice Manrico Lucchi, Responsabile Territorial Media Relations UniCredit – sosteniamo il Premio Ilaria Alpi. Perché crediamo nell’importanza della libertà e della correttezza, della coscienza civile e del coraggio; dell’impegno concreto e consapevole che occorre ogni giorno per compiere il proprio dovere anche e soprattutto nell’interesse della società. Quello che consegniamo a Susan è un riconoscimento al valore di chi, come ha fatto Ilaria Alpi, non si ferma di fronte a niente pur di poter compier il proprio lavoro, di poter dare la propria testimonianza di impegno. Questo premio vuole anche essere uno sprone per tutte le donne che, nel mondo, esercitano la professione di giornalista a dispetto di ogni bavaglio, in nome della verità e per il rispetto e la salvaguardia dei diritti civili. Come fa Susan, come fanno le siriane Hanadi Zahlout e Yara Baden, e la camerunense Agnes Taile, e la colombiana Claudia Julieta Duque che abbiamo premiato nel corso degli anni per il coraggio dimostrato nel parlare di libertà di stampa, diritti umani e discriminazioni”.

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