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Domenica, 21 Aprile 2024
Cronaca

Imprenditore 70enne indagato per mafia arrestato durante il Sigep di Rimini

I carabinieri di Palermo hanno eseguito una serie di arresti nei confronti di 7 persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione

Era venuto a Rimini per seguire il Sigep, in corso nel quartiere fieristico, l'imprenditore 70enne di Palermo arrestato dai carabinieri siciliani che hanno eseguito un'ordinanza d'arresto nei confronti di 7 persone accusate di associazione mafiosa ed estorsione. Secondo gli inquirenti del Nucleo investigativo del Reparto operativo i componenti del gruppo, appartenenti alla famiglia di Rocca Mezzomonreale, organizzavano riunioni riservate in una casa di campagna nel Nisseno, estorsioni e anche una sentenza di morte, emessa nei confronti di un architetto, che non si è concretizzata grazie all’intervento dei militari dell'Arma. Il blitz, che ha portato alle manette degli esponenti della criminalità organizzata, è scattato nella mattinata di martedì tra Palermo, Riesi e appunto Rimini dove l'imprenditore del settore dolciario era arrivato per seguire la manifestazione fieristica. Sette le persone arrestate in esecuzione dell’ordinanza con cui il gip del tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, ha disposto la detenzione in carcere per cinque indagati e i domiciliari per altri due.

"L’attività di oggi - spiegano dal Comando provinciale dei carabinieri di Palermo - costituisce l’esito di un articolato impegno in direzione del mandamento mafioso palermitano di Pagliarelli che ha consentito di acquisire un grave quadro indiziario in ordine all’appartenenza a Cosa nostra dei membri della famiglia mafiosa di Rocca Mezzomonreale, alcuni dei quali, posti in posizione di vertice, già condannati in passato in via definitiva per il reato associativo mentre altri, considerati uomini d’onore riservati, rimasti ad oggi immuni da attenzioni investigative a causa delle cautele adottate nei loro confronti dal sodalizio".

I militari del Nucleo investigativo del Reparto operativo, grazie a intercettazioni e pedinamenti, sono riusciti a ottenere "acquisizioni di elevatissimo pregio ed assoluta genuinità - si legge in una nota - che hanno confermato ancora una volta la piena operatività dell’associazione nel suo complesso nonché il costante richiamo della stessa alle più arcaiche regole mafiose". Grazie alle indagini i carabinieri sono riusciti a ricostruire i ruoli dei vertici della "famiglia" che già in passato si sarebbero occupati, tra le altre cose, della "gestione operativa della trasferta in Francia del capomafia Bernardo Provenzano per le cure mediche o della tenuta dei contatti con l’allora latitante Matteo Messina Denaro".

Tramite le intercettazioni gli investigatori avrebbero anche svelato l’esistenza di "uomini d’onore riservati", fino ad oggi rimasti estranei alle cronache giudiziarie, che "godrebbero di una speciale tutela - spiegano dal Comando - e verrebbero chiamati in causa soltanto in momenti di particolare criticità dell’associazione". Uomini d’onore chiamati come tutti gli altri a rispettare un codice mafioso scritto e richiamato più volte, come registrato dalle cimici, anche durante le riservatissime riunioni della famiglia. Oltre alle diverse richieste di pizzo i militari del Nucleo investigativo hanno ricostruito, in relazione alla riunione in una casa nelle campagne di Caltanissetta, una vera e propria sentenza di morte "emessa quale suggello della ritrovata armonia tra i membri della famiglia mafiosa e, in seguito, riattualizzata nel corso delle successive captazioni tecniche, nei confronti di un architetto ritenuto responsabile di una serie di mancanze nello svolgimento della propria opera professionale".

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