Martedì, 15 Giugno 2021
Cronaca

Indino: "Col nuovo Decreto legge regna l'incertezza mentre dilaga la disperazione"

Il presidente di Confcommercio della provincia di Rimini: "Questi provvedimenti sembrano frutto di una incapacità a gestire la situazione con un’ottica d’insieme”

Le nuove disposizioni emanate dal governo per il conenimento della pandemia di Coronavirus, che di fatto mettono l'Italia in una sorta di lockdown "soft" almeno fino alla metà di gennaio, non piaccio al presidente di Confcommercio della provincia di Rimini che evidenzia come "regni l’incertezza mentre la disperazione aumenta a vista d’occhio. Gli imprenditori sono allo stremo e lo stop ai pubblici esercizi trascina giù anche il commercio. Un gennaio di soli pranzi infrasettimanali vuol dire per tanti non riaprire e non è servito nemmeno adeguarsi ai protocolli. Questi provvedimenti sembrano frutto di una incapacità a gestire la situazione con un’ottica d’insieme”. “Dopo il lockdown delle festività natalizie, trascorse tra Zona Rossa e Arancione - ricorda Indino - abbiamo chiesto a gran voce di avere certezze su come proseguirà la gestione della pandemia nel mese di gennaio. Come al solito regna l’incertezza ed è ancora impossibile una benché minima organizzazione, anche alla luce dell’ultimo DL approvato dal Consiglio dei Ministri nelle scorse ore valido fino al 15. Un mese di gennaio da trascorrere con la stessa modalità delle feste sarebbe una nuova mazzata sia per il commercio, sia per i pubblici esercizi, ma una mazzata ci sarebbe anche se durante la settimana si restasse in Zona Gialla e in Zona Arancione nei weekend, come già deciso per sabato 9 e domenica 10 gennaio. Bar e ristoranti vogliono tornare a lavorare, in sicurezza, ma a lavorare. Perché incertezza e sostegni inadeguati li condannano, al pari di quanto accaduto con il comparto dei locali da ballo, la cui riapertura dopo la pandemia è fortemente a rischio. Vogliamo che chiudano per sempre anche bar, pub e ristoranti? La via pare tracciata".

"Continuare a tenere chiusi i pubblici esercizi, dopo che tanto hanno fatto per adeguarsi ai protocolli - spiega il presidente provinciale di Confcommercio - significa che nulla di quello che hanno fatto è servito. A pagare il prezzo più alto alla pandemia, economicamente parlando, saranno proprio gli operatori della ristorazione e in particolare il commercio al dettaglio di abbigliamento e calzature che fa registrare una fortissima contrazione delle vendite, perché senza pubblici esercizi rallenta lo shopping e si spegne la vivacità delle città. Inoltre, più si riducono le possibilità di aperture e più aumentano gli assembramenti, perché la gente sfrutta le poche occasioni concesse per andare insieme a fare gli acquisti. Nel periodo pre-natalizio il bisogno di liquidità ha indotto molti commercianti a fare ribassi fino al 50% sacrificando i margini. Non mancherà dunque la gente in strada, a passeggio e al tavolo di amici e parenti. Questi provvedimenti offendono i 300mila pubblici esercizi italiani, chiusi da una politica che ha perso credibilità e capacità di funzionamento, perché evidentemente considerati attività insicure d irresponsabili, nonostante su 8,5 milioni di controlli effettuati sulle attività commerciali da inizio marzo a fine dicembre, ristorazione compresa, solo lo 0,19% ha subito una sanzione, secondo i dati del Ministero degli Interni. Se il riferimento deve essere il modello tedesco più volte invocato per giustificare le misure restrittive, i ristori allora ad esso dovrebbero essere ispirati: indennizzo al 75% dei fatturati calcolato sui mesi di novembre e dicembre, riduzione dell’IVA al 5%, tutela degli sfratti, per fare qualche esempio".

"Sono deluso e amareggiato - conclude Indino. - E sono in imbarazzo di fronte alle domande degli operatori del settore: ogni risposta mi pare illogica, perché le attività dovranno rimanere chiuse, perché i ristori non sono sufficienti a traghettarle fuori dalla pandemia, perché i contagi nonostante gli sforzi chiesti alle piccole imprese non calano. Ma la disperazione, quella, sta aumentando a vista d’occhio. Stiamo ricevendo telefonate su telefonate di imprenditori ormai allo stremo e anche un gennaio di soli pranzi infrasettimanali vuol dire per tanti chiudere e mai più riaprire. Continuo a lanciare allarmi, a sbattere i pugni su ogni tavolo per ottenere sostegni, ad appellarmi al senso di responsabilità personale, ma soprattutto a dire di non mollare ad ogni imprenditore che mi racconta i suoi problemi, che poi sono i problemi di migliaia di colleghi. Questi provvedimenti sembrano frutto di una incapacità a gestire la situazione con un’ottica d’insieme, limitandosi a lavorare alla giornata senza un programma e questo in un Paese come l’Italia non è accettabile. È sempre più a rischio la pace sociale e non so per quanto tempo ancora gli imprenditori e i lavoratori riusciranno a subire senza ribellarsi a questa gestione veramente indecifrabile da parte questo governo. Fate presto, prima che sia tardi”.

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