Indino: "Felici per riapertura attività ma mancano regole sicure e nodo su responsabilità penale"

Il presidente di Confcommercio della provincia di Rimini, Gianni Indino: “La decisione ci riempie di speranza, ma ci lascia grandi interrogativi"

Dopo l'annuncio della riapertura delle attività economiche, previsto per il prossimo 18 maggio, sulla questione interviene il presidente di Confcommercio della provincia di Rimini, Gianni Indino che sottolinea come “La decisione ci riempie di speranza, ma ci lascia grandi interrogativi. Mancano protocolli ufficiali per bar e ristoranti e rimane il nodo della responsabilità penale in capo all’imprenditore”. "La data adesso pare certa - chiosa Indino - ma non sono sicure e ufficiali le indicazioni sul come e sul cosa fare per essere in regola al momento della riapertura. Forse qualcuno pensa che basti alzare la saracinesca per trovare tutto pronto? Locali, prodotti, dispositivi di protezione, personale? Che si tratti di un pubblico esercizio o di un’attività del commercio, il titolare deve preparare tutto, acquistare prodotti, conoscere le distanze di sicurezza e le modalità di sanificazione, capire quanto personale servirà e sottostare agli adempimenti sulla base di protocolli che ad oggi non sono stati resi noti e, a quanto abbiamo capito, fino a venerdì non saranno pronti. Ben si farebbe a fare tesoro dei Protocolli già sottoscritti da noi insieme alle altre organizzazioni datoriali e dei lavoratori, in particolare quello del 24 aprile oggi vigente per chi già può rimanere aperto. Un Protocollo di grande efficacia, in grado di contrastare la diffusione del coronavirus e tutelare l’ambiente di lavoro, a partire dalla salute dei dipendenti, e che riteniamo possa consentire l’apertura in sicurezza di tutte quelle attività ad oggi sospese".

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"Se al contrario le indiscrezioni circa le misure di distanziamento previste dal governo per i pubblici esercizi venissero confermate - prosegue il presidente di Confcommercio della provincia di Rimini - con una persona ogni 4 metri quadri i ristoranti italiani perderebbero in un solo colpo 4 milioni di posti a sedere, ovvero il 60% del totale. Non possiamo definirla una soluzione, ma un serio ostacolo alla ripresa della nostra attività lavorativa. Queste distanze, paragonate a quelle che riguardano il trasporto pubblico a cui si chiede il distanziamento di un metro tra gli utenti, paiono oltremodo punitive. Il governo non può chiederci di mantenere 4 metri quadri di distanza tra commensali dello stesso tavolo, altrimenti avremmo ristoranti con solo tavoli da uno. Mi auguro che il governo e le Regioni tengano bene a mente questi calcoli prima di prendere una decisione definitiva. Eppure questi non sono gli unici interrogativi a cui le istituzioni devono assolutamente rispondere. Prima viene quello sulla responsabilità penale a cui va incontro l’azienda che dovesse malauguratamente avere un lavoratore contagiato dal coronavirus e il pericoloso automatismo tra lo svolgimento di attività lavorative a contatto con il pubblico e il riconoscimento di infortunio sul lavoro, che apre al rischio di conseguenze di carattere risarcitorio e penale nei confronti delle aziende. L’impresa non può avere in capo responsabilità di questo tipo. Ma, soprattutto in un territorio a grande vocazione turistica come il nostro, la vera domanda è: quando si potrà fare turismo? Quando verrà data alle persone la possibilità di muoversi liberamente sul territorio nazionale, pur con tutte le cautele del caso? Le tasche sono vuote, le utenze vanno pagate, le imposte ci aspettano tra qualche mese al massimo, il bazooka del governo al momento spara a salve. C’è ancora troppa confusione per poter gioire appieno della possibilità di riaprire”.

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