Intervista a Carradori, nuovo direttore Ausl: “Dopo il Covid qualche riflessione critica va fatta”

" C'è stato un periodo in cui si è data molta attenzione all'efficientamento economico e si è preso qualche scorciatoia. Non possiamo mettere lo stesso abito a problemi diversi"

Tiziano Carradori è stato nominato dalla Regione Emilia-Romagna nuovo direttore generale dell'Ausl Romagna. Carradori, con esperienze direttive precedenti a Cesena, Ravenna, Rimini, Ferrara e all'Assessorato alla Sanità a Bologna, arriva in sostituzione di Marcello Tonini, che per 5 anni ha guidato la sanità romagnola, nel periodo difficile della costituzione di una Ausl integrata tra i quattro territori della Romagna ed infine nell'emergenza Coronavirus. Ecco i primi propositi del nuovo direttore generale.

Dottor Carradori, quali sono le sue aspettative per il nuovo incarico?
“L'aspettativa è quella di coprire nel modo più qualitativo il ruolo che mi è stato attribuito, un ruolo che mi lusinga visto l'importanza dei servizi sanitari della Romagna, servizi che conosco bene dato    che la gran parte della mia vita professionale l'ho vissuto in Romagna. Mi manca forse solo l'esperienza diretta nella ex Ausl di Forlì. In questi precedenti ruoli l'impegno particolare è stato prima verso l'area vasta e poi con la sottoscrizione, come direttore generale, all'atto per la costituzione dell'Ausl Romagna. La Romagna ha grandissime potenzialità anche in ambito sanitario, non ci fermeremo, con lo spirito secondo cui viene prima il 'Noi' e poi l' 'Io' del singolo ospedale e della singola città”.

Quindi pare di capire una linea di continuità verso l'integrazione della sanità romagnola?
“Non può che essere così, è nel mandato che ha indicato chiaramente il presidente della Regione, che mi ha nominato: sviluppare la coesione della Romagna in ambito sanitario, dando centralità ad un processo avviato all'inizio degli anni Duemila, il tutto ponendosi in ascolto dei diversi punti di vista espressi dal territorio e dagli esponenti locali che le diverse comunità hanno eletto come loro rappresentanti”.

Per Forlì e per Ravenna sta per essere varata una vera rivoluzione per la sanità locale, l'ingresso dell'Università nella sanità pubblica, con l'attivazione delle facoltà di Medicina nelle due città.
“Ho un'esperienza ventennale nell'insegnamento universitario ed è chiaro che l'insegnamento universitario senza il servizio sanitario pubblico è incompiuto e il servizio sanitario senza università compromette la sua possibilità di migliorarsi. Il rapporto con l'Università è un'ineludibile necessità e una grande opportunità per la rete formativa, come dimostra il caso di Bologna”.

Cesena, invece, ha di fronte la grande sfida della costruzione del suo nuovo ospedale cittadino.
“La costruzione di un nuovo ospedale è un'opportunità che si estende oltre i confini della città che lo ospita – Forlì e Rimini ne sono un esempio -. L'arrivo di un nuovo ospedale è il miglioramento di una rete. Gli ospedali sono investimenti importanti, tra quelli finanziabili con gli strumenti che derivano dall'emergenza Covid”.

Parliamo allora di emergenza Covid. Al netto del periodo eccezionale trascorso, quello che rimane è l'idea che sia necessario ripensare l'organizzazione dei servizi sanitari, torna centrale il concetto di 'posto-letto' dopo anni in cui si diceva che questo non era più un metro per indicare la qualità dei servizi. Che ne pensa?
“Non necessariamente dobbiamo negare dei percorsi fatti più o meno da tutte le sanità avanzate, in Italia in regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ma anche in gran parte dei paesi esteri avanzati. Il Covid è stata prima di tutto una tragedia che dobbiamo tenere in memoria e ci deve insegnare a come superare dei limiti che si sono manifestati in organizzazioni di servizi così potenti, quali sono i servizi sanitari dell'Emilia-Romagna, ma anche della Lombardia per esempio. Siamo stati travolti da uno tsunami, i cui effetti dobbiamo analizzare con umiltà. I posti letto servono se soddisfano un bisogno di salute, se ne servono di più di quelli presenti bisogna ripensare alla dotazione stabile, oppure dobbiamo capire se si possono attivarne di straordinari solo quando servono. Di sicuro - nel caso che nessuno si augura, di un'altra pandemia - non possiamo più bloccare ricoveri e interventi chirurgici. Su questo una riflessione critica va fatta”.

Come vede questo cambiamento per il futuro?
“Dobbiamo rafforzare la sanità di prossimità. C'è stato un periodo in cui si è data molta attenzione all'efficientamento economico e si è preso qualche scorciatoia. Non possiamo mettere lo stesso abito a problemi diversi. Dopo quest'esperienza della pandemia dobbiamo guardare con orgoglio a quello che abbiamo fatto e con umiltà ai limiti da superare, attivando una riflessione collettiva”.

Con il Covid si è tornato a parlare molto di ospedali, ma con la popolazione che invecchia sempre di più, le patologie croniche che diventano il carico maggiore di lavoro, l'ospedale non pare essere la soluzione migliore.
“Questo problema era, resta e sarà  prioritario, se si tiene conto che un quinto della popolazione ha almeno due malattie croniche concomitanti e il 6-7% della popolazione non ha una completa auto-sufficienza. Questo problema si affronta con servizi fuori dall'ospedale”.

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