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L'allarme dei sindacati: "Spariti gli investimenti sulle Officine, stabilimento a rischio chiusura"

La politica in campo per difendere i lavoratori sia dello stabilimento di Rimini che quello bolognese

Nell'officina di Bologna si riparano tutte quelle compenenti dei treni tranne porte e ruote: dunque ad esempio tutta la parte elettrica ed elettronica. E tra diretti e indiretti operano 125 lavoratori. A Rimini si rimettono in sesto vagoni e motrici. C'erano dunque accordi per dare gambe e futuro a tutto questo, ma "degli investimenti non c'è piu' traccia. E qua ora non vorremmo che si avviasse una situazione tipo 'Bredamenarinibus'", la storica azienda di autobus che sta uscendo solo ora da una lunga stagione di allarmi e paure di smantellamento. "Ecco vorremmo evitare a situazioni lacrime e sangue tipo quella", specifica Donini. A Rimini le altre organizzazioni sindacali a dicembre hanno firmato un nuovo accordo che la Cgil non ha condiviso "perchè dice che gli investimenti previsti sono in fase di valutazione. Ma di quegli investimenti non c'è più traccia". Il timore è che questa 'inversione di rotta' precluda ad "una esternalizzazione delle attività o ad una loro assegnazione ad altri territori... sperperando un patrimonio che abbiamo qui", avverte ancora Donini. Ecco quindi che la Filt-Cgil ha aperto lo stato di agitazione e indetto un primo sciopero venerdì scorso: doveva essere di otto ore, è stato ridotto a una. "Per ora non abbiamo ricevuto segnali dall'azienda sulla riapertura della vertenza, e se continuerà così il prossimo sarà di 24 ore", guarda avanti il sindacalista della Filt-Cgil dell'Emilia-Romagna: "Tutto può essere ridefinito dopo il Covid, ma per noi bisogna ripartire da quei progetti che, anche se da modificare, possono garantire lavoro e attività a questi stabilimenti. Per noi questa non è una mobilitazione solo di bandiera", conclude.

Per ora sono sparite dalle slide, "letteralmente sparite", il timore è che ora le storiche officine che riparano i treni a Bologna e a Rimini possano "sparire del tutto" lasciando senza lavoro quasi 300 persone in Emilia-Romagna. E' questa la posta in gioco nella vertenza delle ex Ogr, le Officine grandi riparazioni oggi ribattezzate Omc Trenitalia. E dire che le prospettive erano differenti: a gennaio dell'anno scorso era stato rinnovato un accordo del 2018 che prevedeva per Bologna l'assegnazione di 165.000 ore di lavoro all'anno, cioè quelle che avrebbero garantito l'occupazione di 110 operai. E invece? "Invece a inizio 2020 erano 93 e a gennaio 2021 erano 85...", evidenzia Francesco Donini, della Filt-Cgil. A Rimini un accordo del 2019 definiva investimenti infrastrutturali per modificare l'officina, cioè per aumentare i binari ed elettrificare la linea, e quindi per portare dalla stazione più treni in manutenzione; dunque, per assicurare altre lavorazioni. Tanto che nella sede romagnola i 200 addetti (250 con gli indiretti) hanno iniziato a lavorare su due turni. Ma degli investimenti nessuna traccia, segnala ancora la Filt. "Nell'ultima riunione al tavolo nazionale con Trenitalia manutenzione, Bologna e Rimini sono sparite dalle slide che elencano i programmi degli investimenti previsti e da effettuare", spiega Donini parlando alla 'Dire'. "Prima del Covid c'erano accordi locali e nazionali, dopo l'anno del Covid Bologna e Rimini non ci sono più. Perchè? Trenitalia ci dice che tutto quello che è stato definito prima non è più definibile ne' definito. Lo comprendiamo, ma gli accordi non possono essere superati così. Se così fosse, quei due impianti rischiano di sparire; rischiano di sparire non solo i lavoratori, ma un lavoro di eccellenza", avverte Donini.

La politica in campo per difendere i lavoratori

Pd e Lega raccolgono l'Sos dei lavoratori delle Officine che a Bologna e a Rimini rimettono in sesto i treni. Venerdì scorso c'è stato uno sciopero per denunciare come gli accordi presi per la crescita dei due stabilimenti si stiano tramutando in tutt'altro: monta infatti la paura di una progressiva esternalizzazione che, rileva il deputato Pd Andrea De Maria, "potrebbe comportare difficoltà sul piano della qualità del servizio e della sicurezza". Per questo il parlamentare democratico chiede al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti se intenda intervenire rispetto all'allarme lanciato dai dipendenti. E sullo stesso piano si muove la Lega: "Il Governo risponda alle istanze dei lavoratori dell'Officina manutenzione ciclica locomotive e Carrozze Trenitalia di Bologna e Rimini (ex Ogr), tutelandoli dal rischio di licenziamento", affermano il deputato Jacopo Morrone, segretario della Lega Romagna, e la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni, promettendo di incalzare sul punto i ministeri interessati. "Circa 125 dipendenti della sede bolognese e 250 del sito riminese rischiano il posto di lavoro in seguito alla mancata realizzazione del piano industriale, che da accordi prevedeva investimenti per l'ammodernamento degli stabilimenti ma, dopo la pandemia, si sta traducendo in una riduzione della capacità produttiva, che investe moltissimi lavoratori perchè le attività vengono deviate in altri siti", aggiungono i parlamentari leghisti chiedendo di "fare chiarezza" e il "rispetto degli accordi di Trenitalia con le parti sociali" evitando "una crisi che porterebbe inevitabilmente a licenziamenti".

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