L'Anpi ricorda la strage di Fragheto e l'eccidio di Ponte Carattoni

I partigiani condannano gli anni di silenzio che hanno avvolto gli eventi più drammatici del secondo conflitto mondiale

Ricorrono in questi giorni due eventi drammatici che hanno segnato l'entroterra riminese nel corso del secondo conflitto mondiale. Sono passati infatti 76 anni della strage di Fragheto e l’eccidio degli Otto Martiri di Ponte Carattoni - Verucchio che costarono la vita a quasi 40 persone inermi uccise dai militari nazifascisti. A ricordare quegli eventi drammatici è l'Anpi che spiega come "In un clima di speranza collettiva quelle vicende sembrano lontanissime dalla nostra realtà, rinchiusi nelle nostre case in attesa di un segnale di salvezza. Eppure è da quel lascito di libertà che noi proveniamo. Oggi nelle nostre società democratiche invochiamo a gran voce, e aggiungerei giustamente, la necessità dii essere riconosciuti tutti esseri umani con lo stesso valore, quel valore che ci è riconosciuto nella Carta Costituzionale".

"In qualsiasi modo ognuno di noi la pensi - prosegue la nota dell'Associazione Partigiani - si deve riconoscere che quel lascito non fu ottenuto gratuitamente, ma al costo di tante vite e sogni spezzati e così fu per chi si trovò a Fragheto quel venerdì sette aprile, l’antivigilia della Pasqua del ’44. Nonostante la confusione lasciata dall’armistizio dell’otto Settembre 1943, a Fragheto nessuno pensava che donne, anziani e bambini potessero essere oggetto di violenze e morte. Ma così non fu. Dopo molti anni di ricerche di documenti nascosti e negati, abbiamo imparato che una delle armi della strategia nazifascista era proprio la guerra ai civili al fine di impedire loro di aiutare chi si era ribellato ad un regime dittatoriale, quello fascista di Mussolini, che si perpetrava da troppi anni e nel corso dei quali aveva sempre stretto accordi con quel regime pazzo e sanguinario che era il nazismo di Hitler".

"Certo le donne, gli anziani e i bambini di Fragheto non si aspettavano di essere trucidati - aggiunge l'Anpi. - Ma se possibile la smemoratezza degli anni successivi la guerra ha continuato a non fare chiarezza sulle vicende di Fragheto con l’omertà tipica di chi non vuole riconoscere i propri errori, così come è accaduto per gli eccidi di Tavolicci o di S. Anna di Stazzema, solo per citarne alcune. Nel 1994 la scoperta del cosiddetto “armadio della vergogna” rinvenuto con le ante rivolte verso il muro in uno dei magazzini degli organi giudiziari militari, ci rivela uno status, quello di rinuncia ad un diritto democratico ovvero la verità o quanto meno la verità giudiziaria. In questi anni dove la comunità di Fragheto si è dilaniata nella ricerca di una ragione, la privazione della conoscenza dei fatti l’ha portata ad essere vittima ancora una volta. Dicerie, travisamento, bugie, omissioni e storie taciute, hanno diviso chi ha condiviso lo stesso destino: quei trenta abitanti di Fragheto e quel partigiano morto nel letto offertogli da chi l’aveva accolto senza paura".

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"L’azione della furia nazifascista non si conclude in quella giornata - concludono i partigiani - ma si trasferisce il giorno successivo a Ponte Carattoni, comune di Verucchio, oggi dedicato agli Otto Martiri fucilati pe mano nazifascista l’otto aprile 1944. Il frutto dell’azione iniziato il giorno precedente porta alla cattura di otto prigionieri: questi saranno condotti sul greto del fiume Senatello e lì fucilati. La decisione dei comandi tedeschi era quella di portare i prigionieri in Germania, ma sono gli italiani a reclamare la loro fucilazione, tra cui anche il commissario prefettizio di Pennabilli Flaminio Mainardi. Accade un episodio inaspettato: uno dei fucilati, già invalido al momento della cattura, non è colpito a morte, dopo qualche minuto si alza e incomincia a urlare. Armando Altomare, che aveva falciato con il mitra i malcapitati, conclude il lavoro uccidendolo e poi straziando i cadaveri lanciando bombe a mano. Per Fragheto e per tutti gli eccidi come questo è troppo tardi per dire “chi sa parli”: anche il processo tenutosi nel 2013, a sessantanove anni di distanza da quel 1944, si è concluso con un nulla di fatto giudiziario. E allora possiamo forse augurarci di trovare la pace per noi e per una comunità dilaniata allargando l’orizzonte del nostro sguardo e collegando quell’episodio alla storia di un intero paese in guerra, di gente che a vent’anni o giù di lì ha messo a repentaglio la propria vita con un’idea di libertà in testa. Negli anni a venire noi saremo ancora qui, alla ricerca di una verità storica, al servizio di una democrazia imperfetta come lo sono gli uomini che la compongono".

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