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La crisi ci costa la salute: un romagnolo su 3 rinuncia a curarsi

E sempre più numerose sono le occasioni in cui i cordoni della borsa restano del tutto chiusi: quasi un romagnolo su tre (32%) dichiara apertamente di sottoporsi a minori visite

Una larga fetta di riminesi e forlivesi, soprattutto a causa della crisi economica, è sempre più attenta alle spese di natura medica: ben il 59% infatti afferma di fare molta più attenzione ad aprire il proprio portafoglio in occasione di spese legate alla salute. E sempre più numerose sono le occasioni in cui i cordoni della borsa restano del tutto chiusi: quasi un romagnolo su tre (32%) dichiara apertamente di sottoporsi a minori visite e controlli proprio perché comportano un costo troppo elevato che non può permettersi.

In un momento di forte dibattito sul futuro del Sistema Sanitario Nazionale, questo è quanto rilevato dall’ultima indagine realizzata dall’Osservatorio Sanità di UniSalute, la compagnia del gruppo Unipol specializzata in assistenza e assicurazione sanitaria, che ha tastato il sentiment degli abitanti delle due province romagnole, da sempre abituati a poter contare su un’assistenza medica gratuita o a prezzi calmierati garantita dallo Stato, sui costi della salute.

Non è però solo questione di denaro. Anche i lunghi tempi per riuscire a prenotare un esame con il servizio pubblico costituiscono spesso un ostacolo concreto. L’indagine dell’Osservatorio ha focalizzato la sua attenzione anche su questo aspetto. Il 16% degli intervistati dichiara a questo proposito che normalmente impiega tra uno e tre mesi per riuscire a prenotare un appuntamento. Stessa percentuale di chi afferma che spesso è costretto ad attendere più di tre mesi. Gli esami che richiedono maggior pazienza, se riminesi e forlivesi decidono di affidarsi al servizio pubblico, sono l’ecografia (40%) la mammografia (30%) e gli esami ginecologici (22%).

Se rivolgersi al settore privato consente di risolvere il problema dei tempi di attesa, l’impatto sul portafoglio è tuttavia elevato: le stime parlano oggi di circa 10 miliardi spesi dagli italiani di tasca propria (fonte: elaborazione UniSalute su dati Censis). Un impatto destinato a crescere se l’offerta pubblica farà sempre più fatica ad affrontare i costi da sostenere. I romagnoli, e gli italiani in genere, sembrano quindi destinati a dover scegliere tra fare crescenti sacrifici per potersi curare e rinunciare ad almeno parte delle prestazioni desiderate o alla tempestività delle cure.

Se questa domanda fosse intercettata da operatori virtuosi del secondo pilastro, in grado di operare all’interno della filiera come una centrale di acquisto, controllando costi e qualità delle prestazioni erogate, potrebbe essere organizzata in modo efficiente per garantire tempi rapidi di accesso alle prestazioni, qualità delle stesse e costi contenuti, garantendo la sostenibilità dell’intero sistema.

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