Cronaca

La vita ai tempi del Coronavirus - Infermiere nel reparto Covid: "Si muore soli come in trincea"

Il drammatico racconto del professionista: "Una delle cose a cui non voglio abituarmi è la perdita di emozioni"

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All'università i miei professori durante vari tirocini e laboratori puntavano sull’empatia che la figura professionale sanitaria come quella infermieristica o medica deve avere. Ebbene, una delle cose a cui non voglio abituarmi è la perdita di emozioni. Penso che si è sempre soli davanti alla morte, poi arriva il Coronavirus. Un virus che ha la potenza di strappare via assieme alla vita anche l’ultima carezza, l’ultimo sguardo di chi ti ha amato, di tua moglie di tuo nipote, dei tuoi figli. I parenti restano a casa, non riescono neanche a chiamare il proprio caro, piangono in quarantena e chi è in ospedale muore come in trincea. Solo. 
Il letto viene disinfettato ed è già pronto per il prossimo ricovero. Niente lacrime. Niente messe. Niente funerali né benedizioni. I parenti non piangono i loro morti davanti a una bara, restano in casa a contare i giorni e sperare che il virus  non sia in agguato da qualche parte anche nei loro polmoni. I morti da o per Coronavirus (cambia davvero poco) diventano numeri, puntini sulle curve della statistica. Non hanno nomi, non hanno età, non hanno volto. Sono morti per Covid-19, eppure erano vite. Pensateci quando vi lamentate in fila al supermercato o quando da olimpionici mancati volete fare sport a tutti i costi. Pensateci.

Emanuele Garofalo, infermiere presso il reparto Covid dell'Infermi di Rimini

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