Obbligo di segnalare gli allergeni nei menù, titolari dei pubblici esercizi sul piede di guerra

Il Presidente provinciale della FIPE Gaetano Callà è furibondo “Per le nostre attività gli esami e le complicazioni non finiscono mai"

A pochi giorni dall’entrata in vigore della “rivoluzione delle etichette” i titolari dei pubblici esercizi sono sul piede di guerra. Da sabato scorso, infatti, è scattato l’obbligo di fornire indicazioni scritte ai clienti sugli allergeni presenti nei cibi e nelle bevande somministrati, un adempimento che crea non pochi problemi agli esercenti.  Al momento attuale mancano ancora due provvedimenti di natura legislativa e una circolare interpretativa che possano fare completa chiarezza sull’argomento e precisare adempimenti e sanzioni. Intanto la Federazione dei Pubblici Esercizi continua la propria azione di informazione e supporto alle aziende associate, mettendo a loro disposizione gli strumenti necessari per l’adeguamento della propria attività alla nuova normativa. 

Il Presidente provinciale della FIPE Gaetano Callà è furibondo “Per le nostre attività gli esami e le complicazioni non finiscono mai. Ogni giorno mi chiamano decine di associati arrabbiati per l’ennesimo adempimento e l’ennesimo costo che va ad appesantire la propria attività”. “Nessuno mette in dubbio l’importanza di una corretta informazione alla clientela – precisa Callà - ma ciò non può trasformarsi nell’impossibilità di svolgere il proprio lavoro. Il nostro modello di ristorazione fa della varietà e della non ripetitività dei piatti la propria ricchezza e l’imposizione di gestire solo per iscritto la comunicazione ai clienti significa costringere le attività a rinunciarvi. Grande disappunto anche tra i baristi costretti a riportare i numerosi allergeni presenti nei prodotti somministrati, basti pensare ad esempio ad una colazione tipica come può essere cappuccino e brioches . Se qualcuno ancora non se ne fosse accorto la misura è colma. E’ tale e così diffuso il malcontento tra gli associati che a breve fisseremo un Direttivo urgente della categoria per valutare azioni di protesta eclatanti nei confronti di questa ennesima assurdità, anche perché le sanzioni che verranno applicate probabilmente saranno quelle da far tremare i polsi o forse è meglio dire da far chiudere l’azienda. Ma qualcuno se ne è accorto che siamo in crisi nera? Qualcuno si preoccupa del fatto che nel primo semestre di quest’anno hanno chiuso 5.000 pubblici esercizi in Italia? Vogliamo davvero continuare a vessare degli imprenditori in un momento di difficoltà come quello attuale?

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Interviene sulla vicenda anche il Presidente provinciale della Confcommercio Gianni IndinoQuanto sta accadendo ai Pubblici Esercizi non è che l’ennesimo teatrino dell’assurdo che ancora una volta va in scena nel nostro Paese. La politica deve tornare a fare il proprio mestiere non è possibile che il nostro Paese continui a recepire supinamente le imposizioni europee, senza che vengano considerate e rispettate le nostre peculiarità. Quanto sta accadendo ai Pubblici Esercizi ne è un esempio lampante, come lo è un altro caso emblematico, la Direttiva Bolkestein, che tanto sta facendo penare i balneari italiani. Lo schema è sempre lo stesso: l’Europa decide, l’Italia applica pedissequamente i dettami europei mentre gli altri Paesi li adeguano alle loro realtà, i nostri imprenditori sono costretti a fare i salti mortali per mettere delle pezze all’inadeguatezza e all’incompetenza della politica”. 

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