Sgominata la banda dell'"oro grigio", le indagini portano anche a Rimini: finte aziende intestate a nomadi

Nel passaggio venivano fatte operazioni di riciclaggio, in particolare attraverso la falsificazione di documenti di trasporto e stoccaggio di rifiuti con l'appoggio di finte aziende intestate a prestanome, riferite a soggetti che si trovano nel campo rom di Rimini.

I furti, tutto dello stesso tipo, erano a migliaia, così frequenti da rischiare di mettere in ginocchio i servizi di telefonia mobile, servizi che oltre ad essere alla base dell'apparecchio tecnologico che tutti ormai teniamo in tasca per lavoro e per svago, il telefonino, sono anche fondamentali in quanto le telecomunicazioni sono un'infrastruttura fondamentale per la sicurezza del Paese in caso di calamità. Aveva sede a Savignano sul Rubicone un'organizzazione complessa che è stata smantellata da un'articolata indagine della Polizia di Stato e che stava mettendo in crisi tutti i principali operatori telefonici in tutto il centro-nord Italia. 

Una filiera di furti e riciclaggio di batterie

Il gruppo criminale, infatti, aveva costituito una filiera molto redditizia di furti in larga scala e poi di ricettazione di migliaia di batterie inserite in gruppi di continuità che devono garantire il funzionamento dei ripetitori della telefonia mobile anche in caso di black-out. Quandi furti? A centinaia, a volte i raid erano in grado di mettere ko, in caso di black-out momentanei, estese zone che rimanevano così senza segnale telefonico. I malviventi penetravano nelle strutture, spesso prefabbricati e container in cui non è difficile avere accesso, e rubavano gli accumulatori di energia elettrica. Questi poi attraverso una rete di ricettatori e riciclatori prendevano le strade per l'estero, fino ad arrivare in Burkina Faso dove venivano rivendute come normali batterie ad uso domestico, oppure attraverso l'interposizione di una serie di aziende fittizie e reali compiacenti, di Gambettola e di Cesena, tornavano sul “mercato pulito” fino a raggiungere la Spagna come rifiuto da smaltire e piombo da recuperare. Per questo l'operazione è stata denominata “oro grigio”. Il modus operandi, infatti, è molto simile all' “oro rosso”, vale a dire il rame che anch'esso viene rubato in grossi quantitativi per poi essere riutilizzato come materia prima una volta fuso.

L'inchiesta

E proprio nell'ambito dell’Operazione Oro Grigio sono state eseguite 14 misure cautelari per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di furti aggravati (per 8 di loro), per riciclaggio (per due degli arrestati) e ricettazione (il resto degli indagati). Per 9 di loro si sono aperte le porte del carcere, mentre per altri 5 sono stati disposti gli arresti domiciliari. Si tratta di italiani e di cittadini del Burkina Faso, questi ultimi rappresentavano di fatto la “manovalanza” per effettuare i furti. Si stima che i furti abbiano causato alle compagnie telefoniche un danno economico stimato in almeno 3 milioni e mezzo di euro, mentre nel corso del blitz è stato sequestrato materiale ritenuto provento di furto per un valore superiore a un milione di euro. A capo di tutta l'organuizzazione la Procura ha identificato un napoletano da tempo residente a Savignano.

L’articolata attività d’indagine della Polizia di Stato è stata diretta dal sostituto procuratore Lucia Spirito della Procura della Repubblica di Forlì e condotta congiuntamente dal Servizio Centrale Operativo e da Polizia Stradale, Squadra Mobile e Commissariato di Cesena. A presentare l'operazione è stato il procuratore capo Maria Teresa Cameli.  Le indagini hanno quindi consentito di identificare non solo i membri dell’associazione a delinquere e gli autori dei furti, ma anche i ricettatori e le società compiacenti che, mediante operazioni di riciclaggio volte ad occultare la provenienza delittuosa degli accumulatori, li reinserivano nel mercato lecito. 

A dare il là all'inchiesta è stato un controllo della Polizia Stradale di Todi, in cui appunto è stato intercettato un carico sospetto di questo tipo di batterie. Per le accuse l’associazione per delinquere, nel periodo compreso tra il maggio 2017 ed il maggio 2018, si è resa responsabile della commissione di circa 500 episodi di furto nelle regioni del centro-nord Italia, in gran parte in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Una volta sottratti dai membri del sodalizio, gli accumulatori, il cui costo medio è di circa 300 euro, venivano acquistati da una ditta di Gambettola e da questa ad una di Cesena. Nel passaggio venivano fatte operazioni di riciclaggio, in particolare attraverso la falsificazione di documenti di trasporto e stoccaggio di rifiuti con l'appoggio di finte aziende intestate a prestanome, riferite a soggetti che si trovano nel campo rom di Rimini.

Una volta occultata la provenienza delittuosa, le batterie venivano reinserite nel mercato lecito e rivenduti ad un’altra ditta di Faenza che, ignorandone l’origine delittuosa, li inviava ad una società piombifera in Spagna per l’estrazione del piombo. Altri accumulatori venivano acquistati da ricettatori originari del Burkina Faso residenti in Italia, i quali fungevano da collettori nel traffico internazionale tra l’Italia e l’Africa, e, a loro volta, li rivendevano in Burkina Faso dove venivano utilizzati per rifornire di energia elettrica le abitazioni civili. In quest’ultimo caso gli accumulatori, stipati in container, raggiungevano i porti di Livorno, Salerno o Genova e venivano imbarcati su navi dirette a Malè, in Togo, per poi essere trasportate per via terrestre in Burkina Faso.

Nel corso dell’attività d’indagine, la Polizia di Stato ha eseguito anche numerose perquisizioni in varie città italiane, nelle province di Milano, Napoli, Brescia, Piacenza, Pavia, Rimini, Ravenna. Teramo e Forlì, recuperando circa 2500 batterie per un valore economico di 700 mila euro, nonché centinaia di pannelli fotovoltaici provento di furto, del valore di circa 350 mila euro. I pannelli fotovoltaici, a quanto sembra, erano un altro business di questo gruppo criminale, ancora tutto da esplorare dal punto di vista investigativo. Sono stati impiegate circa 200 persone della Polizia di Stato nel corso dell’intera attività d’indagine. 

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