Il Premio Riccione a "Ritratto di donna araba che guarda il mare" di Davide Carnevali

Ormai da decenni, si sa, il Premio Riccione è un osservatorio privilegiato per studiare le dinamiche evolutive e lo stato di salute della produzione drammaturgica nazionale

La Giuria del 52° Premio Riccione per il Teatro, composta da Umberto Orsini, presidente, Sonia Bergamasco, Elio De Capitani, Alessandro Gassmann, Fabrizio Gifuni, Claudio Longhi, Fausto Paravidino, Isabella Ragonese, Emanuele Trevi con la collaborazione di Antonella Bacchini, segretaria, si è riunita quest’anno a Roma, ai primi di ottobre, per confrontare, verificare e dibattere collegialmente le impressioni e le valutazioni suggerite ai singoli giurati dalle letture dei testi, già in corso dal mese di aprile.

Ormai da decenni, si sa, il Premio Riccione è un osservatorio privilegiato per studiare le dinamiche evolutive e lo stato di salute della produzione drammaturgica nazionale; come per le passate edizioni, l’analisi quantitativa e qualitativa dei testi pervenuti consente infatti un’interessante “mappatura” della scrittura per la scena italiana. In prima battuta ci si è concentrati dunque su questa “radiografia” della nuova drammaturgia del nostro paese, per tentare una lettura delle trasformazioni in atto.

Complessivamente, per la nuova edizione del Premio si è registrata una significativa contrazione del numero complessivo dei copioni pervenuti: duecentonovantotto testi in tutto, di cui duecentotrentacinque in corsa per il Premio Riccione e sessantatré in lizza per il Tondelli. Un segnale allarmante della crisi sempre più manifesta che mina alle fondamenta la stabilità del nostro sistema teatrale in ragione dei continui tagli ai finanziamenti pubblici attribuiti alla scena e del diffuso disinteresse politico-istituzionale nei confronti del teatro in generale e della nuova drammaturgia in particolare.

Un segnale allarmante che deve suonare al tempo stesso come monito alla nostra classe dirigente: il teatro è un valore fondativo della nostra cultura e un prezioso antidoto contro la spettacolarizzazione dilagante. Occorre assumersi la responsabilità della sua tutela e della sua salvaguardia, poiché si tratta di una preziosa difesa dall’imbarbarimento in atto nella nostra società. Pur nella sua innegabile flessione, il dato numerico relativo alla partecipazione d’insieme alla manifestazione ci dà però anche ragioni di speranza.

Circa trecento copioni consegnati per trecentotredici autori complessivamente in corsa (taluni copioni sono infatti scritti a quattro mani): nonostante la crisi sistemica in atto, la  nostra scrittura scenica pare fermamente intenzionata a resistere con testarda tenacia. Un ulteriore codicillo è poi doveroso. In linea di massima, e con le numerose eccezioni che ogni affermazione generale sempre comporta, i testi in concorso per la 52a edizione del Premio mostrano tendenzialmente un livello di cura formale e di consapevolezza compositiva mediamente superiore rispetto a quella degli anni passati – quasi che la contrazione dei testi in gara fosse il risultato di un’autoselezione tesa a sfrondare in partenza le frange più velleitarie e strutturalmente irrisolte della nuova produzione drammaturgica.

In altre parole l’impressione che si riceve è che quest’anno abbiano deciso di concorrere essenzialmente autori già dotati di una certa robustezza di mestiere, mentre sono decisamente meno numerosi del solito i principianti. La ricognizione “dall’alto” dei testi in gara ci racconta che è in corso una redistribuzione geografica delle vocazioni drammaturgiche: come per la passata edizione le regioni più feconde sul piano della scrittura per la scena continuano ad essere Campania, Lazio, Lombardia, Sicilia ed Emilia Romagna, ma il netto predominio delle regioni del centro sud di due anni fa ha ceduto il passo ad una maggiore incidenza dei contributi delle regioni del centro nord: certo il Lazio balza al primo posto nella classifica delle estrazioni geografiche dei partecipanti con i suoi quarantanove copioni; segue, però, a ruota la Lombardia (quarantaquattro testi) e solo a maggiore distanza la Campania (testa di serie della passata edizione, oggi retrocessa al terzo posto con i suoi trentasei copioni); l’Emilia Romagna sale al quarto posto (trentun copioni), scavalcando la Sicilia (scivolata al quinto posto nella presente edizione del Premio, con i suoi ventun copioni).

Lo spostamento a nord del baricentro della produzione drammaturgica nazionale trova conferma nel censimento complessivo delle origini degli autori iscritti al Premio: centoventotto concorrenti sono nati nelle regioni settentrionali, settantotto in quelle del centro e solo novantacinque arrivano invece dal sud e dalle isole. Come la cronaca di questi ultimi mesi ci ha ben insegnato, l’Italia è una nazione che, tra mille contraddizioni e spinte ideologiche e culturali inconciliabili, è ora chiamata a confrontarsi radicalmente con il fenomeno dell’immigrazione e a riprova della perfetta corrispondenza tra le trasformazioni demografiche che si registrano nel Paese e l’assetto della produzione drammaturgica coeva, tra le fila dei partecipanti all’ultima edizione del Premio si registra la presenza di dodici autori stranieri, essenzialmente provenienti dai paesi dell’UE, dell’Europa orientale e del Medio Oriente (Slovenia, Bulgaria, Repubblica di San Marino, Libia, Spagna, Germania, Slovacchia, Stati Uniti d’America, Iran, Russia, Inghilterra e Afghanistan). Sempre nel quadro dei parallelismi tra società italiana e comunità dei drammaturghi è poi da notare come il sostanziale “maschilismo” del nostro Paese si rifletta infine pure nell’ambito della produzione drammaturgica: a fronte dei duecentosei autori in concorso, per la 52a edizione del Premio Riccione sono in gara solo centosette autrici.

Lo spoglio dei copioni pervenuti mostra inequivocabilmente che, sul fronte della scrittura per la scena, la generazione più prolifica è quella dei nati negli anni Settanta, circa un terzo dei partecipanti (novantacinque su trecentotredici) ha infatti avuto i propri natali in quel decennio. Seguono a ruota la generazione degli anni Ottanta (settantotto partecipanti) e quella degli anni Sessanta (sessantasei partecipanti). I concorrenti più giovani in concorso sono nati negli anni Novanta (otto partecipanti); un solo concorrente, il più maturo, è nato negli anni Venti. Da segnalare, infine, come molti dei copioni inviati nascano in seno ad esperienze teatrali maturate sul campo: non pochi, in effetti, e ai più vari livelli, gli autori/attori e gli autori/registi.

Sul piano contenutistico-formale, la campionatura dei copioni in concorso conferma la consueta varietà di argomenti e stili già rilevata per il passato. Il rapporto con l’attualità è ancora una delle fonti di ispirazione più vivace per i nuovi drammaturghi, sensibili al tema del dialogo tra le diverse culture (specie nella variante dell’incontro con il mondo islamico), così come a quello della critica alla corruzione politica e sociale in atto o della precarietà del lavoro giovanile, ma anche affascinati da problemi scottanti come l’invecchiamento, la malattia e le ricadute antropologiche del progresso scientifico-tecnologico, senza tralasciare soggetti “classici” come l’esplorazione della più varia casistica “erotico-sentimentale” – muovendosi per altro sempre in bilico tra approccio storico-sociologico ai temi trattati e dramma esistenziale.

Decisamente ampio lo spettro espressivo delle scritture in gara: in una caleidoscopica girandola di lingua e dialetti, si oscilla tra pedissequa accettazione della “norma” (a metà strada tra imitazione del parlato e trascrizione del sermo asettico dei mezzi di comunicazione di massa) e abbandono inventivo a più estrose e originali scelte grammaticali e di vocabolario. Ancora forte tra i molti partecipanti la tentazione del monologo. Come già nelle passate stagioni, anche da quest’ultima edizione del Premio si evince insomma un panorama particolarmente mobile della scrittura teatrale contemporanea del nostro Paese (pericolosamente al limite del disorientamento), in un inestricabile e non sempre felice o risolto intreccio di convenzione e sperimentazione.

Dopo una prima fase di selezione, la Giuria ha concentrato la sua attenzione su di una rosa di una quindicina di copioni (circa cinque per il Premio Tondelli e una decina per il Premio Riccione), dalla quale, nel corso della riunione plenaria del cinque ottobre – con attenzione particolarmente vigile a valutare la concreta praticabilità scenica dei testi analizzati e con una sostanziale apertura a privilegiare la necessità comunicativa delle opere rispetto alla loro compiutezza formale –, tra nomi già affermati e di casa a Riccione e nuove presenze, ha designato i tre finalisti del Premio Tondelli e i sei finalisti del Premio Riccione.

Questi i titoli individuati. Per il Premio Tondelli: Homicide house di Emanuele Aldrovandi; (S)Talkin’ to me? di Francesco Nappi; Best friend di Giuseppe Tantillo. Per il Premio Riccione sono invece risultati finalisti: Ritratto di donna araba che guarda il mare di Davide Carnevali;
J.T.B. di Lorenzo Garozzo; Pulizie di primavera di Leonardo Marini; Loro di Maurizio Patella; Hard times di Armando Pirozzi; Chiudi gli occhi di Patrizia Zappa Mulas.

A seguito di un ulteriore mese di riflessioni e di scambi di opinioni, nel corso della sua seconda riunione plenaria tenutasi a Riccione, la Giuria ha infine preso le seguenti deliberazioni. Il Premio Pier Vittorio Tondelli per il testo di un giovane autore sotto i trent’anni viene attribuito a Emanuele Aldrovandi per Homicide house con la seguente motivazione: "Sinistra e infantile parabola sugli incerti confini tra il vero e il falso, testo introspettivo dal piglio ironico-favolistico (favole macabre senza lieto fine, per intendersi), Homicide House è un coraggioso tentativo di scrittura drammaturgica ‘verticale’, in grado di farsi carico di una matrice teoretica/concettuale che mette in atto una ‘morbida’ elusione del tragico. Se il dilemma attorno a cui ruota il dipanarsi della storia appartiene di diritto alla normalità prosaica (in sintesi, si può mentire a fin di bene o, al limite, nel nome del male minore?), i personaggi dimostrano di essere istanze filosofiche, portatori di una determinata poetica del pensiero, prim’ancora che entità finzionali: non è un caso se Uomo, che nasconde alla donna amata il vizio di indebitarsi per il puro piacere di farlo, dovrà condurre i suoi equivoci commerci con loschi figuri quali Camicia a pois e Tacchi a spillo, riuscendo a salvare la pelle senza alcuno sforzo pratico ma con un puntuale esercizio della parola. La Casa degli omicidi è un meccanismo di sevizie psicologiche che ferisce e uccide con il ragionamento piuttosto che con le sole armi di tortura. Un’idea originale alla base della scrittura e un linguaggio disinvolto e agile nell’alternare isolati e funzionali monologhi a fulminanti e accesi dialoghi fanno del testo un riuscito e promettente esperimento".

La Giuria ha deciso attribuire la menzione speciale dedicata alla memoria di Franco Quadri, caro amico e infaticabile animatore del Premio Riccione per il Teatro, istituita in occasione della passata edizione della manifestazione, a Maurizio Patella per Loro. Questa la motivazione: "La storia, «vera» come ricorda il sottotitolo del testo, è già di per sé avvincente e fascinosa, e non a caso ha avuto un forte riscontro mediatico, soprattutto grazie a quel catalizzatore di umori e sensazioni che è stata la televisione nei suoi anni d’oro: la vicenda di Piero Fortunato Zanfretta – metronotte ligure che, a partire dal dicembre del 1978, è protagonista/”vittima” di una serie di “rapimenti” da parte di alieni – ha tenuto col fiato sospeso milioni di italiani alimentandone la fantasia e i timori, provocando accesi dibattiti e le più disparate reazioni. Se si pensa poi che a fare da sfondo al caso Zanfretta è l’Italia di fine anni Settanta – un’Italia atterrita dal brigatismo e dalle lotte armate, eppure al contempo ingenua e piena di speranze, pronta ad imboccare nel giro di pochi anni la strada del disimpegno  –  è evidente quanto possa essere composita e stratificata la traccia del racconto teatrale".

"A partire da questa materia incandescente, Maurizio Patella dà vita a un monologo appassionato e partecipe, capace di coniugare virtuosismo stilistico e ricchezza di affabulazione. Nel ripercorrere le avventure ilaro-tragiche di Zanfretta, senza trascurare un sempre utile confronto con il presente, la ribalda vitalità dell’io monologante si concretizza in un linguaggio plastico e teatralissimo che erompe in una sintassi frenetica, tramata di ripetizioni esasperate: il risultato è una macchina scenica funambolica in grado di dare una ferma e convincente unità all’abbondanza di ingredienti e spezie", conclude la motivazione.

Passata poi a vagliare i sei testi finalisti concorrenti al Premio Riccione per il Teatro, la Giuria ha deciso di proclamare vincitore della cinquantaduesima edizione 2013 della manifestazione Davide Carnevali per Ritratto di donna araba che guarda il mare con la seguente motivazione: "Se non esiste che il reale, ossia l’insieme degli oggetti, il seguito dei giorni e il suo esito finale, allora il fatto della morte inerente in ogni momento del tempo non lascia sussistere la realtà di alcuna cosa e di alcun momento, regnando su tutto come il solo fatto inconfutabilmente reale; e non c’è nulla, nessuna realtà, per quanto corposa, che non sia resa equivalente al sogno, al ricordo, all’illusione». Sebbene queste considerazioni di Nicola Chiaromonte facciano parte di un ben più ampio discorso sulla natura del genere ‘romanzo’, possono risultare utili per avvicinarsi a Ritratto di donna araba che guarda il mare: basato sulla vicenda d’amore (e disamore) tra un Uomo europeo e una Giovane donna nordafricana – che, tra iniziali pedinamenti reciproci, cadeaux e incontri in stanze sempre diverse dello stesso albergo, intrecciano i loro destini per un breve arco di tempo – e sul susseguente tentativo (fallimentare) dei fratelli della Donna di vendicare l’onore perduto, il testo di Carnevali assume la morte come unico evento inconfutabilmente reale e, in questo modo, addensandosi attorno al silenzio, si tramuta in sogno della mente, ricordo, illusione. Impastato di freddezza e sensualità, nutrito di un sentimento tragico del reale e percorso da un linguaggio dalla elegante e tersa geometria (con evocative ripetizioni stilistiche, variazioni e nuances), il raffinato e personalissimo sguardo dell’autore, che si serve di una visionarietà vivida e capace di dare consistenza teatrale alla narrazione, si posa sull’immedicabile distanza che ostacola ogni possibilità d’incontro tra esseri umani, per poi raggelarsi in un finale dalla apparente quiete, insieme funerea e rassicurante («Niente. Non è successo niente»)".

La giuria ha infine deciso di segnalare Best Friend di Giuseppe Tantillo "per il vibrante e disarmato lirismo della sua clownerie grottesca e surreale, capace di demistificare con piglio ludico il mito dell’eternità dei legami con la totale inverosimiglianza del suo linguaggio e delle sue situazioni, e Chiudi gli occhi di Patrizia Zappa Mulas per il coraggio con cui l’autrice, invece di accontentarsi di navigazioni di piccolo cabotaggio intorno a soggettività ripiegate su di sé, si impegna a rappresentare uno dei grandi conflitti ideologici e morali del nostro tempo, scegliendo di indagare il complesso intreccio di modernità e arretratezza che contraddistingue l’Islam e il suo rapporto con l’Occidente".

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