Don Oreste, si chiude la fase del processo diocesano di beatificazione: oltre 130 testimoni ascoltati

Così si era espresso il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi il 27 settembre 2014, alla cerimonia di apertura della causa di beatificazione

"Si può parlare di un santo. Si può parlare a un santo. Si può far parlare un santo. Don Oreste non è ancora stato proclamato santo, neanche beato, ma noi non saremmo qui, oggi, se la sua vita non parlasse di santità". Così si era espresso il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi il 27 settembre 2014, alla cerimonia di apertura della causa di beatificazione. Dopo cinque anni di lavoro la prima fase, quella diocesana, si conclude con la sessione di chiusura, in Basilica Cattedrale a Rimini, sabato alle 16, che sarà pubblica. Tutti i componenti del tribunale presteranno nuovamente giuramento. Saranno sigillati gli scatoloni contenenti i documenti, che verranno poi spediti alla Congregazione delle cause dei santi della Santa Sede. Don Giuseppe Tognacci è il Giudice delegato del Tribunale ecclesiastico nel processo di beatificazione. Il Tribunale Ecclesiastico Diocesano è costituito, oltre al Giudice delegato, dal Promotore di Giustizia don Luigi Ricci, già Vicario generale della Diocesi di Rimini; Notaio Alfio Rossi; Notaio aggiunto Paola Bonadonna.

La Sessione di chiusura dell’Inchiesta sulla Vita, virtù e fama di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, sarà la 151esima. Sono stati ascoltati oltre 130 testimoni, e ciascuno “interrogato” con domande relative a don Oreste. Don Oreste, da quando si è aperta questa ‘avventura santa’, ha il titolo di Servo di Dio. In oltre 60 anni di vita sacerdotale, don Oreste Benzi si è speso in ogni fatto di emarginazione. Settimo di nove figli, don Benzi è stato un’instancabile annunciatore di “un incontro simpatico con Cristo”, obiettivo che perseguiva già dagli anni Cinquanta dando vita ad un originale movimento educativo per i preadolescenti. Mentre nel mondo scoppia la contestazione, nel 1968 con un gruppo di giovani e alcuni sacerdoti, costituisce il nucleo originario dell’Associazione Papa Giovanni XXIII. Lo specifico carisma votato alla missione e alla condivisione viene “speso” dapprima con le persone con handicap, e in seguito con i bambini senza famiglia e le prostitute, i barboni e i nomadi, i malati di mente e i tossicodipendenti.

"Decurtando don Oreste della sua dimensione mistica, ci troveremmo di fronte ad un don irriconoscibile - ha sottolineato Lambiasi -. Combatteva l’orizzontalismo, la riduzione del cristianesimo a filantropia, a un semplice volersi bene: simpatia, affetto umano. "Siate santi!" è stato il suo ultimo messaggio". Testimone, maestro ed educatore. Oltre al contributo senza risparmio alla Chiesa “assediata da tutte le parti”, don Oreste è stato autore di una sterminata produzione saggistica, oltre ad una lunga attività di conferenziere e collaborazioni con decine di testate giornalistiche. Commenta Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII: "Quando don Oreste Benzi, umile parroco della parrocchia ‘La Resurrezione’ nella periferia di Rimini, è salito al Padre dando l’ultimo respiro su questa terra, non ha lasciato in eredità denari alla sua gente ma una vita da spendere con i poveri. Ha lasciato la sua tonaca lisa, espressione che per vivere il Vangelo bisogna consumarsi, donarsi fino all'ultimo, ma nella gioia, vivendo un incontro simpatico con Cristo".

 "Insieme a tutta la Chiesa riminese siamo commossi e pieni di gratitudine di fronte a questo percorso verso il riconoscimento della santità che è iniziato per don Oreste - afferma Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli -. Don Oreste è stato un padre per tantissimi di noi. Uno dei grandi padri che i giovani riminesi hanno avuto il privilegio di guardare a partire dagli anni Cinquanta in avanti, come don Giancarlo Ugolini e don Luigi Tiberi, grandi punti di riferimento che hanno consentito ad ognuno il percorso della propria vocazione e della propria esperienza cristiana». Il tratto «che risultava evidente in don Oreste (e che si notava appena lo si incontrava) è che era innamorato di Cristo, con cui aveva un rapporto evidente, ed è per questo che amava tutti. Aveva l’abitudine di chiamare chiunque sorellina o fratellino e anche questo contribuiva a far sì che da lui ti sentissi immediatamente voluto bene".

Don Benzi "ha portato alla luce povertà di cui nessuno in quegli anni aveva consapevolezza, negli anni Sessanta i disabili nessuno li portava in vacanza come ha fatto lui. È stato uno dei primi ad affrontare le povertà del tossicodipendente e della prostituta. Ha corso rischi immensi sul lungomare di Rimini in mezzo alla nebbia chiamando queste ragazze perché lo seguissero lasciando gli sfruttatori. Sono cose che uno può fare se è veramente innamorato di qualcun Altro. Al Meeting raccontava di questa compagnia che faceva a tutti gli uomini e a tutti i fratelli che vivevano di queste povertà", continua Guarnieri. Don Oreste è stato un grande amico del Meeting e dal 1988 fino al 2007, anno della sua morte, ha partecipato a sedici edizioni, mettendo a tema gli argomenti a lui cari: dalla lotta all’abuso di sostanze stupefacenti alla carità senza limiti di cui è stato protagonista e testimone. Quest’anno il Meeting di Rimini ha dedicato una mostra alla sua figlia spirituale Sandra Sabattini, per la quale fu lui stesso a promuovere il processo di beatificazione dopo averne letto il diario".

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"Il 2 ottobre scorso Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il miracolo, attribuito all’intercessione della “santa fidanzata” che entro il prossimo anno sarà quindi proclamata beata, come desiderava Benzi. Nel 2004 don Oreste al Meeting raccontò proprio della sua allieva Sabattini, presentando il libro "Il diario di Sandra". "Don Oreste - conclude Guarnieri - non amava le luci dei riflettori. Quella della sua “tonaca lisa” non era una battuta: lui veramente viveva con una tonaca lisa addosso. Ricordo di quando, tante volte, anche al Meeting preferiva entrare da una porta secondaria, ci faceva dono della sua testimonianza e poi subito andava via perché aveva una grande cura del suo tempo e il suo tempo serviva per vivere la carità e non per far parlare di sé".

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