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Reportage di capodanno. Come se la passano i senza tetto

Un giorno per sapere come funziona. Due per incontrarli, ascoltarli e farsi un'idea su come vivono il capodanno alcuni senza tetto in quel di Rimini. Se da una parte la tracotanza del cenone è tradizione, dall'altra c'è una comunità che non conosce differenze rispetto le altre sere

Un giorno per sapere come funziona. Due per incontrarli, ascoltarli e farsi un'idea su come vivono il capodanno alcuni senza tetto in quel di Rimini. Se da una parte la tracotanza del cenone è ormai tradizione, dall'altra c'è una comunità che non conosce differenze rispetto le altre sere. Se la signora il pelliccia non ha resistito e ha dovuto comprare il cappottino rosso di lana a Fufy, c'è chi, accanto alla stazione, è arrotolato in tre coperte per ripararsi dal freddo della notte passata all'aperto. Troppo poco il tempo per raccontare le vicende che hanno portato Antonio, Andrea, Tufik e Sandra in strada, ma quanto basta per conoscere le loro giornate e le preoccupazioni.

30 dicembre. L'arrivo, l'approccio, la scoperta.
Il mio abbigiamento: maglia di lana con le maniche lunghe e felpone, anche qui rigorosamente di lana e piumino. Ai piedi doppio strato di calzetti e scarpe comode per spostarsi. In tasca 20 euro. Il contatto con la Caritas lo avevo stabilito il giorno prima; mi hanno detto che i volontari si incontrano intorno alle 19 davanti alla stazione e che un ragazzo mi avrebbe aspettato per darmi una pettorina del progetto “Stazione sicura”. Sono arrivato in anticipo, erano le 18,30 circa e ho incontrato un gruppetto di persone, garbate, ben vestite che parlavano tra loro. Ho chiesto se erano già arrivati i volontari della Caritas quando mi si è avvicinato Antonio. “Se anche tu vuoi dormire alla Capanna sappi che stasera non c'è posto”. E così sono entrato subito in contatto con quello che ricorda Wolf di Pulp fiction. In questo caso sarebbe un senza tetto di cinquanta anni, basso di statura, di origini meridionali che risolve i problemi. Trova una coperta quando sembrano tutte finite, ti consiglia in quale stazione dormire e media con la Polfer.

Mi ha spiegato che la Capanna è il dormitorio gestito dalla Papa Giovanni XXIII, ma non c'è posto per tutti e i nuovi arrivati hanno il diritto di precedenza. Quando vengono i volontari dell'associazione caricano sulla navetta quelli che non sono ubriachi o che hanno più bisogno del posto letto. Tutto dipende dagli spazi liberi. Fuori dalla stazione erano circa una ventina, in quattro sono rimasti a piedi; tra questi anche Antonio. “E adesso dove la passi la notte?” “Penso alla stazione di Cattolica”. In molti sono italiani sui 50 anni che hanno perso casa, lavoro, forse la speranza di fare un passo indietro. Ma ci sono anche dei giovani marocchini e pachistani. Hanno 30 anni.

“Ma hai provato a cercar lavoro nei centri di collocamento?", “Sì. Ho trovato lavoretti per un paio di settimane, ma la situazione è sempre la stessa: non hai un tetto sopra le testa. Si fa fatica a fare bella impressione ad un colloquio di lavoro quando dormi, se va bene, 5 ore a notte al freddo e ti fai una doccia ogni 3 giorni”. Ci sono i dormitori pubblici, ma, continua il giovane pachistano, non ci sono sempre posti liberi. “A volte vedo delle donne che chiedono di andarci e lascio il posto. Come si fa a lasciare delle donne o anch delle coppie al freddo?” dice commosso. Intanto ho dato due spicci ad Antonio. Il pensiero che li potesse usare per acquistare una birra c'era. Invece ha preso caffè e biscotti per un altro ragazzo che era ubriaco. “Così almeno un po' gli passa” ha detto mostrando una risata un po' sdentata. Poi lo ha portato a dormire. L'ho seguito chiedendo se potevo fare qualche foto nonostante il buio pesto.



Inutile dire che già alle 22, la colonnina si apprestava a scendere sotto lo zero. Un ragazzo dormiva in una sorta di sottoscala, ma più che un sottoscala era un loculo da claustrofobia. Aveva cercato di barricarsi con l'uso di assi per ripararsi dal vento che, in quella zona, arriva diretto non essendoci edifici a riparo. “Tre coperte dovrebbero bastargli” ha detto Antonio riponendo il secondo ragazzo che, avendo bevuto, difficilmente sapeva dove stendersi. Ha trovato posto sotto un porticato, ma anche qui, in assenza di ripari. “C'era un treno vecchio qui dietro un tempo – ha commentato Antonio a bassa voce - ma lo hanno spostato. Ora e ce ne è uno nuovo e lì non si aprono le porte”.
 

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