Da Riccione focus su Hiv: vaccini, ricerca italiana, malati e nuove scoperte

L'evento pone all'attenzione della comunità scientifica la necessità di individuare percorsi di diagnosi e cura dell'infezione da Hiv che si basino sulle interazioni tra ricerca di base, ricerca diagnostico-clinica ed esigenze delle persone sieropositive

Hiv ed epatiti, infezioni e nuove terapie al centro della VII Conferenza italiana su Aids e retrovirus (Icar), organizzato dai presidenti del Congresso Cristina Mussini, Laura Sighinolfi e Andrea Cossarizza, che si è concluso martedì a Riccione, con oltre 1200 partecipanti, di cui 800 specialisti al Palazzo dei Congressi. L'evento pone all'attenzione della comunità scientifica la necessità di individuare percorsi di diagnosi e cura dell'infezione da Hiv che si basino sulle interazioni tra ricerca di base, ricerca diagnostico-clinica ed esigenze delle persone sieropositive.

Icar dal 2016 con la 8° edizione, cambierà e allargherà i propri confini d’indagine e tratterà non solo Aids e Epatite, ma anche la ricerca antivirale in genere. Oltre alla medicina di genere, declinata non solo al femminile, e la resistenza naturale all'infezione da HIV, anche la comprensione di nuove strategie di eradicazione. “La provincia di Rimini non è stata scelata a caso per organizzare il Convegno, infatti, è quella che ha un'incidenza maggiore – chiarisce laLaura Sighinolfi, infettivologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, e altro presidente del Congresso - in fatto di nuovi casi, non soltanto a livello regionale ma anche a livello nazionale. In Emilia Romagna ogni anno ci sono circa 400 nuovi casi, nel periodo 2006-2013 si è avuta  una media regionale di 8,7 nuovi casi ogni 100mila abitanti, superiore rispetto a quella nazionale. La zona di Rimini con  11 casi per 100mila abitanti si attesta su valori piuttosto elevati”.

L’ITALIA E IL SUO PRIMATO SU HIV – “La ricerca italiana è all’altezza delle altre nazioni europee” afferma il professor Adriano Lazzarin, presidente Icar, e primario della Divisione di Malattie Infettive Irccs San Raffaele. Il principio alla base di questa affermazione è molto semplice: “i farmaci antiretrovirali sono disponibili per tutti. L’Italia è stata efficiente anche nell’ottenerli nella fase di sviluppo; si dovrebbe rendere più rapida la registrazione per averli a disposizione”. Un vantaggio del sistema italiano è che ha fatto un piano di intervento ministeriale con una legge centrata sui professionisti di settore (centri e ambulatori di malattia infettiva, distribuzione farmaci negli ospedali) (L. 135/90). La retention in care è assolutamente più efficace in Italia che in tutti gli altri Paesi occidentali: quello italiano è un modello di intervento da esempio per gran parte del resto del mondo, che porta ad una viremia negativa dell’80% dei pazienti seguiti. Negli Stati Uniti, ad esempio, i molteplici passaggi necessari dal test alla cura fino al medico di medicina generale porta a risultati molto più modesti (50%).

CI SONO LE CURE, NON UN VACCINO - Ad oggi, un vaccino per l’HIV non esiste. E’ stata una chimera inseguita dai primi ricercatori più negli anni ‘80. Come spiega il professor Lazzarin “il problema principale è che un vaccino facile da costruire si ricava da un anticorpo che inattiva il virus e lo blocca; per l’HIV ciò non può essere realizzabile, poiché gli anticorpi neutralizzanti, laddove esistano, non sono in grado di bloccare l’infezione una volta che è entrata nella cellule. Quindi il problema di non acquisire l’infezione si può risolvere cercando di far produrre anticorpi contro il virus, ma ad oggi nessun anticorpo da solo sembra in grado di neutralizzare l’infezione”.

Si possono dunque solamente potenziare le difese immunitarie contro il virus. Con la cosiddetta vaccinazione terapeutica e non preventiva che viene aperta una finestra sul rafforzamento delle risposte immunitarie attraverso le cellule che generano anticorpi: l’organismo sottoposto alla vaccinazione riuscirebbe così a potenziare la capacità di produrre anticorpi attraverso lo stimoli di cellule dendritiche. Le cellule dendritiche sono le prime colpite dall’infezione, che poi passano ai linfociti. Il risultato delle dimostrazioni effettuate finora non ha però mostrato il vaccino come un obiettivo facilmente perseguibile. In merito a quegli studi internazionali che prefigurano risultati rivoluzionari dunque si può essere ottimisti, ma con molta cautela.

LA SCOPERTA - La ricerca del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie di Trieste ha scoperto dove il virus dell'Hiv si insidia una volta arrivato nelle cellule infettate. Ricordiamo che la caratteristica di questo virus è quello di integrare il proprio patrimonio genetico in quello della cellula infettata: in parole povere, anziché avere ventimila geni come tutte le nostre cellule, la cellula infettata ha qualcosa in più, il Dna del virus.

"Abbiamo sviluppato - spiega il Giacca, medico ricercatore e direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (ICGEB) - una tecnica di microscopia sofisticata che permette di capire dove va a finire il Dna del virus. L’abbiamo trovato tutto nella periferia del nucleo, vicino ai pori nucleari, ovvero alle porte di ingresso attraverso cui le molecole entrano e escono dal nucleo. Il virus sfrutta il passaggio attraverso queste porte e, non appena entrato nel nucleo, va a integrare il proprio Dna in quello della cellula”.

Questo è con ogni probabilità il motivo per cui la replicazione del virus, una volta raggiunto questo punto preciso, si spegne. In questa maniera, la cellula che contiene il virus sfugge al sistema immunitario e diventa insensibile ai farmaci. Questi ultimi sono molto efficaci nel bloccare la malattia e quindi nel mantenere il paziente apparentemente sano, ma sono totalmente inefficaci nell’eliminare il virus. Ecco perché, dei 65 milioni di persone infettate a partire dagli anni ’60 ad oggi, nessuno è mai guarito definitivamente.

"Lo studio è un passaggio importante che permette di definire nuovi bersagli per la sperimentazione di farmaci", aggiunge il Prof. Andrea Cossarizza, uno dei presidenti del congresso. "Il contributo del prof Giacca apre nuovi scenari per la comprensione di un momento chiave del ciclo replicativo del virus all'interno della cellula. La scoperta di un nuovo meccanismo, oltre a evidenziare la qualità della ricerca italiana (sempre in affanno per la cronica mancanza di fondi), apre nuove prospettive di grande interesse". “Adesso che noi sappiamo con quali fattori il virus interagisce, sarà possibile preparare farmaci mirati a bloccare l’integrazione del Dna del virus. Questi potrebbero consentire l'eradicazione definitiva dell'infezione", conclude Giacca.

HIV - L'infezione Hiv ha più di trent'anni, ma negli ultimi tempi ci sono stati dei cambiamenti epidemiologici sostanziali. Se prima l'infezione era soprattutto legata alla tossicodipendenza, oggi si trasmette quasi esclusivamente con i rapporti sessuali. Secondo gli ultimi dati dell'Istituto Superiore di Sanità, le nuove diagnosi in Italia sono state 3608. Di queste l'84% sono a trasmissione sessuale: è per questo che gli specialisti della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, chiedono attenzione costante, tutto l'anno.

ETA' E MANCATA INFORMAZIONE - In Italia le fasce d'età colpite sono tutte quelle sessualmente attive, ma sopratutto quelle tra i 30 e i 39 anni. “C'è una preoccupante quota di infezioni tra i 25 e i 29 anni – chiarisce una delle presidenti del Congresso, la dott.ssa Laura Sighinolfi responsabile della struttura semplice per la gestione Infezione da HIV della  Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara - Questi sono nati quando l'infezione era già nota, ed una  corretta informazione durante l'adolescenza avrebbe potuto evitare il contagio. E' per questo che bisogna puntare ulteriormente alla comunicazione e la prevenzione, soprattutto per le nuove generazioni. Almeno la metà delle persone a cui viene Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara - Questi sono nati quando l'infezione era già nota, e si sarebbero potute salvare se si fosse fatta corretta informazione durante l'adolescenza. E' per questo che bisogna puntare ulteriormente alla comunicazione e la prevenzione, soprattutto per le nuove generazioni. Almeno la metà delle persone a cui viene diagnosticata avviene con infezione avanzata. Ancora oggi il test viene fatto solo quando c'è un'indicazione clinica, cioè quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi: accade per il 40% della popolazione italiana”.

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DONNE E GRAVIDANZA - Un discorso a parte meritano le donne in stato di gravidanza: è aumentata la sensibilità nei confronti delle donne incinta, in modo che facciano il test anche in assenza di condizioni sintomatiche, in modo da garantire la salute del bambino, o di aiutarlo preventivamente in caso contrario. La prevenzione è importante, e sarebbe bene che prima di entrare in una relazione entrambi i partner si facciano i test, e che per ogni rapporto occasionale a rischio si faccia uso di contraccettivi.

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