Coronavirus, l'epidemiologo Pasini: "Dopo questo tsunami andrà ripensato il sistema sanitario, cambierà tutto"

Rimini piange i suoi cento morti per il coronavirus e a riflettere sulla situazione è il dottore riminese che ha fondato la "Medicina del turismo"

Rimini piange cento morti da coronavirus, uomini e donne, e non numeri, come ha ribadito il sindaco Andrea Gnassi nel minuto di silenzio osservato martedì con le bandiere del comune a mezz'asta. A riflettere sulla situazione e a ragionare su un primo bilancio sul coronavirus è l'epidemiologo riminese Walter Pasini, medico di fama internazionale e fondatore nel 1983 della disciplina Travel medicine, la medicina del turismo. Pasini nella sua lunga carriera ha anche lavorato vent'anni per l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come "Centro collaboratore di Medicina del turismo" ed è stato il primo al mondo a ricoprire questo ruolo per cinque mandati, fino al 2008.
Dottore, secondo la sua esperienza, si può affermare che il picco sia stato raggiunto?
"E' sempre qualcosa difficile da stabilire e da capire. Non si riesce a leggere con così tanto anticipo la situazione attuale".
Le misure sono state prorogate fino al 13 aprile, pensa che servirà più tempo?
"Il Governo dovrà valutare la curva epidemica e poi prendere delle decisioni. Personalmente mi sono stupito di come ha risposto il Paese, le persone hanno capito la serietà della cosa, non era semplice farle restare in casa, è un grosso sacrificio. La vita economica e sociale piano piano riprenderà, ma si andrà per gradi, rispettando la sicurezza. Si dovrà continuare il distanziamento sociale per isolare il virus, ma altrettanto importante sarà la ricerca attiva del virus, tramite tamponi e test sierologici".
All'inizio della diffusione c'è anche chi ha minimizzato...
"E' un comportamento che ho riscontrato anche in altre epidemie. In alcune persone c'è la tendenza a minimizzare, forse è una reazione psicologica. Si cerca di allontanare uno spettro".
Rimini ha raggiunto cento decessi.
"E' molto doloroso, è difficile aggiungere altro. Questo è stato uno tsunami, ma non è purtroppo una partita che abbiamo vinto, bisogna continuare a osservare le regole".

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Che previsioni ha?
"Non si possono fare, è ancora troppo presto. Questo virus è nuovo e non c'è l'immunità, ci romperà le scatole. Certamente potremo ritrovarcelo anche in futuro, succede sempre senza un vaccino, chi non lo ha avuto potrebbe ammalarsi. Si deve sperare che una parte importante di popolazione sviluppi l'immunità, ma è sempre insufficente per quella di gregge, che si raggiunge con il 95% della popolazione. Arrivare a un vaccino non è facile e pensare di farlo per tutta la popolazione mondiale è impegnativo. Inoltre, prima di somministrare un vaccino si deve essere certi che sia innocuo ed efficace, altrimenti i danni sarebbero enormi".
Si può riprendere il coronavirus?
"Non si sa, logicamente direi di no, ma non sappiamo quanto duri l'immunità in chi lo ha avuto, speriamo tutta la vita, ma non è certo".
Rispetto alla questione tamponi?
"C'è stato un grosso errore da parte del comitato scientifico nazionale. Fare i tamponi solo ai malati con sintomi chiari è stato sbagliato, andavano fatti anche ai casi sospetti e alle persone entrate in contatto con i positivi. Si sarebbe potuto tracciare la malattia e identificare i casi, isolarli, tutti i dati relativi alla diffusione sono stati persi. Non era necessario fare i tamponi solo in ospedale, sarebbero bastate strutture meno impegnative. Lo dimostra il Veneto rispetto alla Lombardia. Il Veneto che ha una forte tradizione di sanità pubblica ha fatto più tamponi e isolato i malati, ma anche individuato prima le persone asintomatiche capendo prima degli altri il ruolo importante che hanno nella diffusione del virus. Non sappiamo quanti siano i contagiati nel nostro Paese. Uno studio dell'Imperial College di Londra stima tra 8 e 10 milioni di persone venute in contatto col virus nella sola Italia".
Anche l'Emilia Romagna inizia lo screening di massa con i test sierologici, cosa ne pensa?
"E' molto importante e interessante, i test saranno fatti subito al personale sanitario e ci diranno chi è venuto in contatto con il virus. Sarà un dato che consentirà di capire la diffusione del contagio. Col test scopriamo se quella persona è stata contagiata, se ha sviluppato anticorpi e se è immune. Andrà poi fatto un test biologico per capire se è negativo. Se venissero estesi a tutti si conoscerebbe prima chi è immune e può andare a lavorare, ad esempio. I test sierologici dovrebbero andare di pari passo con la ricerca dei positivi tramite i tamponi".
La differenza tra tamponi e test sierologici?
"Il tampone Rino-faringeo cerca il virus in quella persona. Ci dice se quella persona è infetta, se ha il virus o no. È un test che cerca l’Rna, il laboratorio ci dà una risposta nel giro di 5-6 ore. Richiede personale di laboratorio competente e un congruo numero di laboratori sul territorio nazionale. Il test sierologico viene fatto con un prelievo di sangue e il laboratorio ci dice se quella persona ha o no gli anticorpi contro il coronavirus. Ci dice se quella persona ha avuto l’infezione. Il tampone cerca il virus, il test sierologico fatto col prelievo del sangue cerca gli anticorpi".  
Cosa ci lascerà questa dura esperienza dal punto di vista sanitario e sociale?
"Cambierà tutto. Il mondo della sanità dovrà essere rafforzato, quello dell'università dovrà pensare a formare un medico diverso, con una cultura di sanità internazionale. Anche l'Istituto superiore di sanità, va rinforzato, il nostro Sistema epidemiologico è carente. Andranno fatti maggiori investimenti sia sulla ricerca, con collaborazioni internazionali, sia sugli ospedali, i tagli di questi anni alla terapia intensiva li stiamo vedendo. A partire da adesso cambia tutto".
L'epidemia nel mondo?
"I numeri sono impressionanti, la pandemia è in fase di ascesa, i numeri passano da 500mila a 700mila in 2 giorni e interessano un numero enorme di popolazione. Il virus è molto contagioso e benigno nei 4/5 della popolazione, questo è un bene perché non si ammalano in modo grave e conferisce loro immunità anche se non si sa quanto durevole, ma un male perché le persone asintomatiche possono fare ammalare in modo grave gli altri".
E la paura?
"Dobbiamo farci i conti. Questa è una delle tante pandemia che l’umanità ha vissuto, il riferimento più grave e vicino è la Spagnola tra il 1918 e il 1919 che ha sconvolto il mondo. Nel 1957 e nel 1969 abbiamo avuto due influenze gravissime ma non avevano comportato la chiusura di tutto come il coronavirus. Diciamo che in tempo moderni l'Italia non era mai venuta in contatto con nulla di simile. Purtroppo la Cina ha dato poche informazioni per tempo e l'Oms non ha avuto subito il coraggio di dare delle restrizioni sui viaggi da e per la Cina, un Paese che ha un suo peso all'interno dell'Organizzazione mondiale della sanità".


 


 



 

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