Denunce e contro denunce, il Comune porta il centro sociale in Tribunale

Le associazioni No Border e Rumori Sinistri accusate di non aver rilasciato le strutture di via de Warthema dopo la scadenza del bando

E' guerra di carte bollate tra il Comune di Rimini e le associazioni No Border e Rumori Sinistri, facenti parte del panorama di Casa Madiba, sull'annosa questione della struttura di via de Warthema. L'ex magazzino, occupato abusivamente, era diventato nell'inverno del 2015 il centro di accoglienza per far fronte all'emergenza freddo. La struttura, infatti, doveva ospitare fino alla primavera del 2016 chi era costretto a dormire all'addiaccio. Il tutto era avvenuto dopo una serie di scontri tra i rappresentanti del centro sociale e palazzao Garampi, al termine di un'infuocata stagione di occupazioni e sgomberi. Il Comune, da parte sua, aveva garantito alle associazioni vincitrici del bando un contributo da 15mila euro a copertura delle spese sostenute.

Scaduto il bando, tuttavia, ospiti e membri del centro sociale non avevano lasciato lo stabile dando così vita a una querelle che, allo stesso tempo, aveva fatto bloccare dal Comune il pagamento dei 15mila euro. In questo caso infatti, come la Legge prevede, l'amministrazione può trattenere il denaro a fronte degli eventuali costi supplementari delle utenze da pagare. Palazzo Garampi aveva più volte chiesto lo sgombero mentre, dalle associazioni, erano arrivate le diffide a pagare i 15mila euro. Nell'ultimo capitolo di questa vicenda, è stato il Comune a portare il Paz in Tribunale per chiedere i danni.

Sulla questione sono intervenuti l'onorevole Giovanni Paglia (Sinistra Italiana) e Fortunato Stramandinoli che, in un comunicato stampa, hanno sottolineato come "Lascia letteralmente senza parole la notizia che il Comune di Rimini si appresti a portare in Tribunale l'esperienza di Casa Gallo per chiedere presunti danni economici.  Guardiamo i fatti: da più di un anno grazie all'impegno quotidiano di volontari a Rimini è attivo un servizio di accoglienza a bassa soglia per persone private bisognose di un tetto.  È un'esperienza che andrebbe studiata e replicata, perché ha saputo gestire situazioni problematiche, garantito integrazione, avviato percorsi reali di inclusione e recupero di autonomia personale.  Il Comune ha partecipato per alcuni mesi mettendo a disposizione un capannone dismesso, poi riadattato dagli stessi ospiti e volontari, salvo poi chiederne la restituzione, generando uno stato di occupazione di fatto. 

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"Non ha corrisposto i 15.000 euro previsti dal bando che aveva attivato l'esperienza - aggiungono. - Non ha esplicitato alcun piano alternativo e non ha mai chiarito quale sia il suo giudizio sulla realtà di Casa Gallo. 
Dobbiamo quindi pensare che il piano dell'Amministrazione sia rendere nuovamente inutilizzato un'immobile pubblico e restituire alla strada 40 persone, interrompendo percorsi di inclusione attivati. A chi giova tutto questo? 
Noi francamente non riusciamo a comprenderlo, per quanto ci sforziamo. Ci sembra risponda ad una concezione proprietaria e tribale della gestione della cosa pubblica, per cui tutto ciò che non è allineato sul piano politico deve essere marginalizzato, indipendentemente dal giudizio di merito sulla sua attività. Siamo ancora in tempo per evitare errori gravi. Il nostro invito è a riaprire un dialogo pubblico sull'esperienza di Casa Gallo, che parta dal riconoscimento delle pratiche messe in atto, e alla necessità di provvedere alla regolarizzazione del pregresso e al rinnovo della convenzione, trasformandola in progetto sperimentale di accoglienza e inclusione per persone prive della possibilità di accesso al mercato della casa".

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