Decade la premeditazione, niente ergastolo per gli assassini di Petrit Nikolli

Arrivata nella prima serata di martedì la sentenza per l'omicidio dell'idraulico albanese freddato in mezzo alla strada

E' arrivata nella prima serata di amrtedì la sentenza della Corte d'Assise del Tribunale di Rimini per l'omicidio dell'idraulico albanese 42enne Petrit Nikolli freddato il 25 maggio del 2016 a Rivabella con un colpo di pistola alle spalle. Per i tre imputati, Lek Preci, 48 anni, e i suoi figli Altin e Edmond di 26 e 25 anni, il pubblico ministero aveva chiesto l'ergastolo ma, i giudici, non hanno riconosciuto la premeditazione del delitto e condannato il capofamiglia e il figlio più giovane a 25 anni, senza le attenuanti generiche, mentre per l'altro figlio 23 anni oltre a una provvisionale di 300mila euro. All'origine dell'efferato omicidio, avvenuto in mezzo alla strada, una storia di maltrattamenti a cui era sottoposta la nipote di Nikolli, una 22enne, sposata con Edmond Preci. La giovane, stufa dei sopprusi da parte della famiglia del marito, aveva chiesto aiuto allo zio il quale, da Rimini, era partito alla volta di Milano dove risiedevano per portarla in salvo. Un gesto che, dalla famiglia Preci, era stato visto come un affronto e in virtù del kanun, un antico codice d'onore di origini medievali seguito dagli albanesi, i tre uomini erano a loro volta partiti per la Riviera con l'obiettivo di "lavare" lo sgarbo.

L'omicidio di Petri Nikolli

IL MISTERO DELLA TESTIMONE SCOMPARSALa ragazza avrebbe dovuto testimoniare in aula ma, di lei, si sono perse completamente le tracce. Secondo la testimonianza del padre di lei, la giovane avrebbe ricevuto una serie di minacce tanto che, impaurita, si sarebbe fatta di nebbia sparendo dalla circolazione. Sulla base di quanto emerso, la nipote di Nikolli in un'occasione pare sia stata avvicinata da una vettura sconosciuta e, dall'abitacolo del veicolo, sarebbero arrivate delle intimidazioni. Minacce anche al titolare dell'attività in cui la 22enne lavorava: l'uomo, sempre secondo la testimonianza del genitore della ragazza, sarebbe stato avvicinato da degli individui che gli avrebbero intimato di licenziare la dipendente se non voleva vedersi il locale saltare per aria.

Dell'omicidio, tuttavia, ad addossarsi l'intera colpa è sempre stato Lek Preci il quale ha sostenuto di essere partito da Milano dopo essere entrato in possesso della pistola e senza svelare le sue intenzioni ai figli. L'arma del delitto, tuttavia, non venne mai ritrovata dagli inquirenti e, i tre albanesi, hanno sempre raccontato di essersene disfatti subito dopo l'omicidio gettandola lungo la strada che, da Rivabella, portava all'ingresso dell'A14 a Rimini nord. Nonostante le ricerche, tuttavia, la pistola non è mai riemersa.

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