Sigismondo d'Oro 2020, la riflessione di Gnassi: "Pronti a scrivere il nuovo romanzo del Paese"

Il massimo riconoscimento della città assegnato all'ospedale "Infermi", alla sceneggiatrice Laura Paolucci e al manager Maurizio Tamagnini

Il presidio sanitario territoriale, Ospedale ‘Infermi’ di Rimini, la sceneggiatrice e produttrice televisiva e cinematografica Laura Paolucci e il manager d’azienda e amministratore delegato del Fondo Strategico Italiano Maurizio Tamagnini sono i Sigismondo d’Oro 2020. La cerimonia di consegna del riconoscimento, organizzata con il sostegno di Ieg, è avvenuta questa sera al Teatro Galli ed è stata trasmessa diretta streaming sui canali d’informazione comunali. Per l’ospedale Infermi ha ritirato il riconoscimento la dottoressa Catia Drudi della Direzione medica ospedaliera, alla presenza della dottoressa Antonella Dappozzo e del dottor Andrea Galeotti della direzione infermieristica. La cerimonia è stata aperta dal saluto del sindaco Andrea Gnassi con una lunga riflessione su quanto abbiamo dovuto affrontare nell'ultimo anno e sulle sfide del futuro.

"Non è il saluto di fine anno che avevo pensato di fare - ha esordito il primo cittadino. - L’anomalia di questa cerimonia simboleggia perfettamente l’anno del Covid: uno schermo, mille schermi di computer a stabilire quelle relazioni che fino a ieri erano fisiche e in presenza. L’essere umano è per sua natura, un essere resiliente. Produce, fa, viene colpito, assorbe, elabora e riparte. Il quarto, il quinto e il sesto piano dell’Ospedale Infermi riconvertiti, i pacchi alimentari a casa, i caschi, l’ossigeno potenziato, i morti, la città deserta, i droni, gli altoparlanti, le mascherine, la zona rossa sì, no,  decidere subito senza riferimenti: le imprese che soffrono, i lavoratori senza lavoro, ecco i frame dell’anno che si accavallano per Rimini. E decisioni ne abbiamo prese, dentro a un mondo in subbuglio, sanità ed economie in pesante affanno, l’intima sensazione e la razionale consapevolezza di essere davanti non a un incidente di percorso ma a una svolta della Storia. Il mondo proteso eternamente in avanti, fermato dal più antico e piccolo degli elementi: un virus che dilaga nel pianeta ad una velocità mai vista. Questo è il Tempo che viviamo, con quel senso di smarrimento che mette in dubbio la possibilità di tornare a ‘rivedere le stelle’. E questo è il Tempo in cui sta dentro Rimini. Abbiamo pagato e stiamo pagando un pesante tributo alla pandemia. In economia, in ricchezza diffusa: nel 2020 si contano in Italia 57 milioni di turisti in meno rispetto al 2019 con una perdita che va dai 75 ai 90 miliardi di euro; il peso del Turismo sul Pil passerà in Italia dal 13% al 5%; il traffico aereo e' crollato dell'84,2% fino a settembre e le prenotazioni aeree vedono un calo della domanda del 75% per il 2021. Il sistema fieristico, convegnistico, azzerato. Per noi vale 1 miliardo. Il territorio riminese, nel contesto orribile del 2020, ha bruciato miliardi di euro di PIL, secondo solo a Milano nel Paese, quasi 9 milioni di presenze turistiche in meno, migliaia di imprese in difficoltà. E poi ci sono altri numeri che non sono numeri. E non possiamo, non dobbiamo mai metabolizzarli e razionalizzarli come numeri. Perché sono famigliari, amici, persone, morte. Il virus non esiste? E’ una banale influenza? Un complotto delle case farmaceutiche? Miserabile chi lo afferma perché il Covid ci riguarda sempre. Quando c’è o quando, a causa sua, gli ospedali pieni possono saltare cure, prestazioni, operazioni chirurgiche. Ogni pandemia ha cambiato il corso della storia. Anche questa segna uno di quegli scarti bruschi e improvvisi che mutano in via permanente comportamenti, abitudini, stili di vita, modelli di sviluppo. Tutto è mutevole. I nostri orizzonti individuali. Le “missioni” di ognuno di noi cambiano. C’è stato nella prima ondata pandemica anche un aspetto, per così dire, romantico: tutti noi abbiamo riscoperto ciò che si tendeva a dare quasi per scomparso naturalmente nelle città: le botteghe di vicinato, la tecnologia finalmente amica, l’aria pulita, la riscoperta di un tessuto di relazioni umane anche là dove non arriva l’intervento pubblico. Oggi anche questo è cambiato. In questa seconda ondata, non avvertiamo più alcuna riscoperta positiva. C’è paura, stanchezza. Ecco perché penso che oggi debba esserci un altro tempo ancora. Per forza! Il tempo della lucidità! Delle scelte rigorose. E’ il momento della verità. E’ il momento di dirsi delle cose, il momento per per darsi un verso. Come Paese. E’ il momento di abbandonare le scorciatoie che danneggiano un paese. Uno non vale uno. No, uno scienziato vale miliardi di persone salvate. E’ ora di dirsi che la giustizia sociale non è una  mancia, un bonus. Ma che il Paese ricostruisce una comunità più giusta  se le scelte infrastrutturali che reggono la Casa sono pensate per tempi lunghi, per un interesse generale. L’ambiente, la salute, la ricerca, la tecnologia e la cultura. E il tema della salute al centro della comunità sarà fondamentale per le città nei prossimi 10 anni. Scelte oggi. Scelte di giustizia sociale. E non per il consenso politico. Una classe, un gruppo dirigente fa questo. La sanità dell’Emilia Romagna, arriverà anche a casa con la tecnologia perché nel tempo del Covid i Comuni, le AUSL, la Regione, abbiamo riorganizzato e rafforzato i servizi territoriali per l’emergenza e per la ripartenza , la nostra sanità è la migliore in Italia, senza alcun dubbio. Ma abbiamo corso in questi mesi anche per   ripensarne già ruolo e funzione. Romagna salute è l’area vasta della sanità in Romagna con le sue eccellenze, ma anche la prossimità. Ne approfitto per lasciare un seme. In questi anni e mesi di confronto di merito abbiamo lavorato duro, sodo, sotto traccia e per ragionare e poi scrivere le coordinate della Rete Oncologica Romagna. Il “Comprehensive Cancer Care Network”. Insieme alla riorganizzazione di Ospedali e servizi,  la rete oncologica sarà  al centro della riqualificazione complessiva della sanità. Siamo gli unici in Italia. Rimini, con la sua sanità, il suo modello organizzativo territoriale e con l’Ospedale Infermi, tra i 10 ospedali migliori al mondo secondo Newsweek, con i suoi chirurghi, medici e infermieri nel Network di Romagna Salute, è traino a motore della riqualificazione e riorganizzazione della Salute in Romagna. Si stanno facendo scelte per aumentare in modo massiccio gli investimenti sulla prevenzione, sulla diagnostica, la ricerca e la cura, potenziando i servizi territoriali piuttosto che la esclusiva centralizzazione. Nell’ambito della facoltà di medicina di medicina che sbarca in Romagna, non solo gli anni di specialistica si svolgeranno anche a Rimini, ma Rimini sarà centro nazionale di medicina che investe con ASL e Università sull’approccio preventivo e sugli stili di vita. Arriveremo a indicare, a prescrivere uno stile di vita sano, l’alimentazione, il movimento come cura. Come la ricetta per curare con i farmaci. Sempre con l’Ateneo, dal 2021 Rimini sarà sede di nuovi master delle professioni sanitarie e di una nuova laurea magistrale in One Health sviluppata con un’alleanza di Università tra cui Edimburgo, Sorbona, Berlino. L’unica e prima in Italia che studia le interazioni tra uomo, ambiente e animali. A proposito di Covid e futuro.   La sanità qui è cosa concreta. Anche e più per il domani".    

"Abbiamo vissuto gli ultimi 100 anni credendo di avere il controllo - prosegue Gnassi. - Su tutto e tutti. Un esercizio di arroganza più che di ottimismo. Il mito dell’ineluttabilità di un progresso comunque invincibile, disinteressato alle disuguaglianze al grido di “Avanti! Avanti”, questo mito  è andato a sbattere contro il muro del Covid. Ora c’è una strada. Una luce. Il 27 dicembre si parte con la più grande campagna di vaccinazione mai fatta per l’umanità. Noi che un tempo fa eravamo quasi a dare per scontato che forse era meglio andare a curarsi fuori , saremo, e lo dico non per vanto, i primi a partire con le vaccinazioni in Italia, domenica 70 operatori sanitari che sono al fronte saranno vaccinati in Fiera. Ma vaccino non significa tornare semplicemente al ‘prima’. Quello che cambia è la direzione di marcia della società intera. Rimini ha una storia millenaria. E in questa storia viene fuori una cosa: tutte le volte che Rimini è stata chiamata al cambiamento ha dato il meglio di sé. A volte cambiare è una scelta. A volte un obbligo. Oggi è scelta e obbligo. Dobbiamo riprogrammare, rigenerare i bug emersi in tutta la loro consistenza in questi mesi. Senza l’ossessione del controllo, cercando un’alternativa alla cappa di un ‘capitalismo della sorveglianza’ e delle diseguaglianze  che usa la tecnologia per trasformare con l’algoritmo la persona in cliente. L’alternativa è un ‘piano strategico della fiducia nella persona’. E Rimini può affrontare il cambiamento degli anni prossimi con due armi potenti. La prima che avremo tutti è il vaccino, la scienza;  la seconda che è Riminese è quella degli anticorpi sviluppati nell’ultimo, turbolento decennio, cominciato con la crisi della finanza, dei subprime e dell’economia del 2010 e concluso con una pandemia mondiale e ancestrale nel 2020. L’anticorpo Riminese, sviluppato nel laboratorio Rimini  che oggi rende la città più forte e solida è la scommessa fatta sulla radicalità dell’innovazione, sulla forza della programmazione strategica avviata e realizzata in questi anni. E questi anni di cambiamenti sono stati interpretati con un’idea complessiva di città nuova, con una visione di futuro. Noi siamo usciti dalla retorica e dall’evocazione del cambiamento, a volte elitaria, spesso teorica, in altri casi vuota, in altri ancora populista e sempre slegata dalla vita reale dei cittadini. A Rimini il cambiamento è atterrato sulla città reale, cambiando la città con progetti concreti che hanno modificato abitudini, stili di vita, strade, quartieri, scuole, sanità. E’ in questo processo di elaborazione di una visione strategica e di costruzione reale di una città diversa, che si sono costruite relazioni sociali vere, relazioni umane e rapporti. Sono stati fatti incontri e confronti, si sono insediati presidi sociali e abitudini nel rapporto diretto con i cittadini, si sono accesi dibattiti. Ma la sfida è stata condotta su un piano strategico aperto di città e per la città, con al centro un’idea chiara di sviluppo, una matrice sostenibile di rispetto ambientale, di un nuovo welfare di comunità su cui investire. Ci si è messa la faccia, il cuore e la testa. Sulla quale a volte le abbiamo anche prese. Restituendole se possibile, ma per poi vedere e sentie il riconoscimento almeno di “essere sul pezzo” nel bene e nel male.  E’ stato l’opposto di un’imposizione dall’alto. Che viceversa ha maturato un processo reale oggi solido e fervido. Tutto ciò è ed è stato l’opposto di logiche e culture che ritengono la dimensione delle scelte appartenente esclusivamente allo spazio ristretto della sola politica, dei partiti, o delle loro logiche e riti. Viceversa ciò che si è affermato è stata una cultura della politica, del fare istituzionale che vede nell’investimento sul protagonismo civile, una cessione di sovranità e un’affermazione di rispetto dei cittadini. Che persino  rigenera la politica e le dà la possibilità di riconquistarsi la fiducia e la dignità che pretende. I diversi progetti che hanno coinvolto la città hanno retto l’impatto della loro decisione e della realizzazione solo perché i cittadini sono stati coinvolti e coinvolti a costruire e risolvere non solo il problema davanti a casa. Ma coinvolti a sentire la città come un tutto. Quante volte sono naufragate le più buone intenzioni, perché il comitato x, l’associazione y, i partiti e i singoli rappresentanti della politica reclamavano l’intervento in quella strada di residenza o dichiaravano il no perché ‘non nel mio giardino’? Il cambiamento non lo fa la politica. Il cambiamento lo fa la comunità. Non c’è cambiamento se non la comunità che lo sorregge. Oggi i riminesi sanno e hanno a cuore la città come un’unica cosa. Certo che ci sono cose da fare. Da migliorare. Contraddizioni del passato che oggi hanno preso la via di una ripartenza. Con una metafora medica, si potrebbe dire che la città è stata considerata un corpo di cui ci si prende cura, non pensando di intervenire su un solo arto. Pensiamo alle fogne: l’intervento di risanamento ambientale sul sistema portante delle acque sul quale si innesta la riqualificazione specifica di ogni pezzo di città, di un quartiere. Ho una duplice consapevolezza. Il  processo di riqualificazione non è stato concluso, non sono state tutte rose e fiori, sono emerse e emergono fisiologiche criticità. Non mi sfuggono tentazioni di ritorno al passato,la  nostalgia di un ‘ritorno al prima’ con l’evocazione del cambiamento, vuoto di contenuti e scelte. Mi opporrò senza indugio a questa tentazione. Ma al di là di me, lo faranno Rimini e la sua comunità: la ruota della Storia, soprattutto dopo la pandemia, non gira all’indietro e le persone non sono criceti. Rimini ha anticipato i processi di cambiamento che quasi tutte le città dopo il Covid dovranno fare. Questo tempo di Covid, si dice, nel dibattito generale ci serve per programmare il futuro. Rimini lo ha già fatto, lo sta continuando a fare e lo sta anche realizzando a differenza di tante altre realtà. Entro il2022,  2023, ad esempio, solo sul lato economico e turistico, i 16 km di lungomare, di natura, verde, parchi giochi, di acque pulite, porteranno Rimini 10 anni avanti a qualsiasi destinazione turistica balneare italiana. Ci saranno palestre per fare stile di vita sano e Foreste del Mare e stazioni per ogni dove, perché Gianni Rodari ispirerà le piazze sul mare  per famiglie e bimbi, al posto di strade e auto. Ci vorranno più di 10 anni per gli altri per avvicinarsi a Rimini.  E i viaggiatori sceglieranno non i luoghi di prima, ma i luoghi migliori di prima. Ecco perché il futuro del dopo Covid è nel presente delle scelte,  coraggiose di oggi e nel protagonismo diffuso che vi si riconosce. Non siamo arrivati, ma siamo in cammino. E dopo il Covid, i contenuti ostili  per tanti all’inizio, di una Rimini più verde, di una transizione energetica inevitabile, di un green new deal, di un’idea precisa di città sostenibile, saranno l’acceleratore del nuovo percorso avviato. E la città che è  cambiata che permetterà all’innovazione necessaria di domani, di incontrare risorse importanti. Del Recovery Plan e di privati. Rimini è pronta meglio di altri con progetti e processi ad utilizzare al meglio le risorse del primo e intercettare quelle dei secondi. Rimini, con la sua visione complessiva dovrà essere il perno almeno culturale di una Romagna più strategica. E’ tangibile la volontà di alcuni di tornare ad una sorta di territorialismo senza visione e sguardo al mondo. Penso alla questione degli aeroporti, o alla stessa delle energie rinnovabili in mare. Il tema di crescere di più insieme poggia sul riconoscimento delle vocazioni di ciascuno come necessarie allo sviluppo di tutti. 54 pale eoliche a 6 miglia alte fino a  200 metri sono cosa diversa per chi ha una vocazione petrolchimica a terra e offshore, un porto industriale e commerciale rispetto alla Provincia Riminese che vive di incontri su questa riga blu che è il mare visto dalle dolci colline romagnole, per dirla con Tonino Guerra. Due parchi eolici, due aeroporti e così via, non credo siano visioni, né strategiche, né utili. Se la Romagna non si ritroverà intorno alle ragioni strategiche che l’hanno portata a scelte determinanti sui servizi primari messi insieme e in comune come la sanità, l’acqua e i trasporti, perderemo una buona parte del potenziale comune e soprattutto a perderci sarebbero i cittadini. Non è più tempo di policentrismo, dello sdoppiamento o della triplicazione di funzioni e di infrastrutture per ogni singolo territorio. Se poi ognuno, o “qualche potentato” dietro l’evocazione della Romagna, vasta e unica, tratta per sé e duplica funzioni o tende al sovranismo locale su ogni questione, questa non è cosa che possa interessare a Rimini. Giusta l’idea e l’ambizione che lanciò Confindustria, di “Città Romagna” su cui, con il coinvolgimento di parti istituzionali e sociali e anche di punti di vista diversi, si deve riprendere il processo, prezioso il contributo delle parti sociali sul mettere insieme la sanità. Possiamo ripartire.  Ma bisogna avere il coraggio di orientare il futuro verso una traiettoria fatta di vocazioni, eccellenze, così come è stato fatto appunto sulla sanità. Non possiamo pensare come Regione, come Romagna, come Rimini, di vivere la stagione del Recovery Fund con la microparcelizzazione delle richieste, per il sostegno di interventi iperterritoriali , con il tutto a tutti che poi è niente a ciascuno. Le decisioni strategiche devono essere prese, i piani strategici ci sono, sprecare questa occasione per ragioni di consenso sarebbe inaccettabile".    

"Sentirsi eredi significa essere consapevoli che si è di passaggio e impegnarsi per lasciare a chi verrà qualcosa di migliore di ciò che hai trovato. Essere discendenti significa lasciare così com’era ciò che hai trovato, e stare fermi vuol dire andare indietro. Non è questa sera l’occasione per fare dei consuntivi un bilancio dei bilanci. Dire cosa si lascia a chi verrà. Ognuno se ne è fatto e se ne frà un’opinione. Questa sera non può e non vuole essere una celebrazione. Vi sono limiti nelle cose fatte, restano problemi. Cose da completare. Abbiamo centrato obiettivi. Altri sono in arrivo. Vorrei però rispondere per ringraziare. Il Comune, la P.A. Comunale è stata in questi anni perno, in un momento di crisi anticiclico, di scelte e investimenti realizzati per centinaia e centinaia di milioni di euro che hanno sviluppato lavoro e opportunità. Dal mare, ai complessi scolastici, uno nuovo almeno per ogni anno. Dai motori culturali alle fogne, ai lungomari, alla mobilità, all’avvio della nuova stazione, al Metromare. Alla trasformazione del Welfare della sola assistenza all’investimento sulle capacità delle persone perché troviamo lavoro e dignità con il prof Zamagni e Amartya Sen. Basta vedere i dati pre Covid poi per vedere che  Rimini si giocherà la sua partita competitiva anche sull’internazionalizzazione. E lo farà poggiando su radici solide. Chi verrà dopo troverà la base (chiunque e di qualunque fonte sia) di un bilancio solido. Gli investimenti fatti sono andati di pari passo al dimezzamento del debito da 142 milioni a 69. Il debito non graverà su chi verrà dopo. Dicevo che non farò nessun elenco e consuntivo. Accenno a questo solo per ringraziare. La mia squadra, la Giunta. (Ne conosco di Comuni, Regioni, Governi. Di squadre così se ne vedono poche in giro.) Ringrazio il contributo venuto dal Consiglio Comunale, dalle forze di maggioranza in primis e anche dalla dialettica con l’opposizione. E un grande grazie anche alle donne e agli uomini del Comune di Rimini. Per la loro fatica, per il loro lavoro, per la loro sopportazione. E’ stato un lavoro collettivo corale. Sono cambiate abitudini. (Non tutte). Ma grazie per l’impegno profuso per il bene della città. Grazie per aver lavorato per la Patria (che bella parola!), la gridavano anche i nostri martiri. Perché un Comune è un pezzo di patria. E so che in questo decennio dove è saltata anche la fiducia nella politica prima e nelle istituzioni poi, lavorare per un Comune non è stato poi così facile. In mezzo a procedure, leggi, norme. E visto da fuori con quel senso di sfiducia verso qualunque cosa pubblica, dove se va bene ti vedono come uno che spreca, se non come uno che ruba.  Grazie per il lavoro fatto da cui credo possa aprirsi un secondo e altrettanto forte ciclo di riformatore per Rimini. Come naturale conseguenza della trasformazione, compiuta nell’ultimo decennio e della solidità conquistata. Ma dovranno essere ben chiare le priorità, in un confronto chiaro, onesto, trasparente con la comunità riminese. C’è un’esperienza fatta e misurabile sui fatti e c’è un protagonismo civico che non vuole essere portatore d’acqua a partiti e politica. Per questo occorre per il bene di Rimini,che vi sia conoscenza dei processi, l’esserci stati pienamente dentro. I Riminesi pretendono certezze, sicurezze. Pretendono e sanno, per la loro anarchia sognatrice e per il loro disincanto pragmatico “se ci sei o ci fai”. E Rimini ha bisogno di chi c’è e non di chi ci fa. Credo anche che non si potrà prescindere dal progettare e concretizzare il futuro di Rimini intorno ai processi avviati e che hanno bisogno di essere completati. E credo anche che non si potrà prescindere come detto  dai temi centrali della salute e dell’economia. E’ vero che sui due  temi ad incidere sono soprattutto politiche e azioni nazionali e regionali. Ma Il ruolo delle città , dei Comuni, assunto in questo anno orribile prelude a un nuovo protagonismo proprio su argomenti, in precedenza apparentemente lontani dall’amministrazione locale. Ci aiuta, ci dà forza e solidità, il lavoro fatto in questi anni in termini di rigenerazione e riqualificazione della città.  Continuare su queste coordinate di lavoro, completarle, renderle omogenee in ogni sua parte, porre Rimini nella posizione oggettiva di essere tra quelle città che offrono più opportunità concrete alle persone nel dopo che verrà, per esercitare una spinta positiva per la propria comunità. Abbiamo detto del tema centrale della sanità. Ma sanità è salute in un senso lato di una città. Perché sanità non significa oggi solo ospedali. Certo, c’è l’obbligo di potenziare la rete territoriale di prevenzione e cura in ogni punto dell’area urbana e extraurbana. Ma, voglio dire, c’è uguale necessità di convogliare tutte le azioni amministrative del Comune intorno all’elemento Salute. Perfino la dislocazione dei servizi comunali, il ritorno alla centralità dei centri prima considerati più marginali, una vera decentralizzazione dei servizi pubblici, porta con sé la possibilità di curare meglio e in generale vivere meglio, armonizzando lo sviluppo intorno a un’ecologia complessiva della comunità. Ci auguriamo che le riforme istituzionali sempre auspicate in questo paese si compiano.   La macchina comunale deve riprogettarsi e riprogrammarsi intorno a un concetto: il Palazzo deve uscire dal Palazzo, un ritorno al futuro. Sull’economia il discorso è semplice: oggi servono ristori e aiuti e scelte strategiche; domani- quando ci lasceremo le spalle la pandemia- tocca sburocratizzare, sburocratizzare, sburocratizzare. La prima mossa per un’azione efficace sull’economia anche locale sarà questa, insieme a definire un ruolo del Comune più come regolamentatore che come dominatore di ogni angolo. Agile, leggero, deciso nell’indicare gli obiettivi e il rispetto delle regole, forte nell’agire direttamente su settori primari (scuola, sociale) ma esprimendo fiducia nell’energia che dovrà essere sprigionata dalla comunità, dai privati, dalle persone".    

"Ed eccoci qui, alla fine di un anno che purtroppo avrà un capitolo a parte nella storia dell’umanità, ad assegnare il Sigismondo d’Oro in una cerimonia anch’essa ‘senza precedenti’. Rimini ha una lunga storia alle spalle, ed è stata spesso una storia di lutti, dolore, tragedie da cui pareva impossibile risollevarsi. Ma lo ha sempre fatto: ogni volta che è stata data per finita, Rimini è rinata sotto altra forma. Anche dopo la guerra, con la città ridotta a polvere e lacrime, con il bagno di sangue collettivo, si è rimessa in piedi tornando a morire uno alla volta e con nome e cognome, come scrive Sergio Zavoli in una indimenticabile poesia. Rimini ce l’ha fatta ogni volta non per caso. Perchè da un lato Rimini ha un suo profondo, sotterraneo, senso di comunità. Ed è questo che si respira qui e ora, si è respirato nella piazza Tre Martiri vuota del 25 aprile ma piena di suoni e emozioni collettive. E perché Dall’altro Rimini di fronte ai bivi della storia la città ha sempre avuto il coraggio di sognare, di intraprendere strade nuove, di buttarsi dove altri se arrivano, arrivano dopo. E oggi è proprio il ritrovato orgoglio dei riminesi per la propria città in coraggioso cammino e cambiamento che ci darà la forza per farcela ancora e uscirne insieme. Siamo feriti, ma sentiamo che Rimini c’è stata sempre e ci sarà per tutti noi e si è data un sogno che le ferite non fermeranno. Pur con il nostro disincanto, pur col nostro individualismo irriverente, ci siamo e ci saremo sempre più per dirigerci verso quell’obiettivo di ‘giustizia sociale’, di libertà, di uguaglianza che vogliamo raggiungere senza compromessi, senza rimpiangere le glorie, gli errori del passato. Oggi siamo comunità intorno a Laura Paolucci, Maurizio Tamagnini e l’Ospedale ‘Infermi’ volendo riconoscere percorsi di vita, professionali, relazionali di altissimo profilo e in ogni parte dell’Italia e del mondo, però saldamente legati alla nostra città. L’ospedale Infermi e con esso tutti i presidi territoriali, tutti i medici e gli infermieri, gli operatori sanitari, tutti le 3815 persone della sanità riminiese. Maurizio Tamagnini. Leggevo di recente un’intervista in cui l’interlocutore gli chiedeva ragione di una cicatrice sull’avambraccio. ‘Me la sono fatta versandomi addosso la zuppiera del brodo quando facevo il cameriere a Rimini’ la risposta. Quel segno è la città che ti porti dentro,quel senso e quel valore del lavoro che resta con te, che ‘ci vuole’, e ti fa guardare il mondo in maniera diversa, convincendolo. Laura Paolucci. Di lei qualcuno ha detto: ‘Senza di lei,senza il suo studiare sempre, senza la sua curiosità, senza la sua creatività,  senza la sua capacità di essere sempre un passo avanti agli altri, un po’ come la sua città in anticipo sui tempi, non avremmo intercettato, così presto le potenzialità per citarne solo due, di un libro come Gomorra la forza epica della saga dell’Amica Geniale di Elena ferrante, ancora prima che la stessa autrice ne avesse terminato la scrittura’. Cari Maurizio e Laura, non siete amici geniali, ma siete figli geniali di questa terra. Andati nel mondo. Avete dato al Paese. E se anche per una sola volta avete sentito un po’ lontana la città, sappiate oggi che siamo orgogliosi di voi e che siete un simbolo anche per domani per la nostra comunità. Rimini è pronta a scrivere il nuovo romanzo del Paese: lo ha fatto in passato, lo farà in futuro. Concludo ringraziando tutti i riminesi, tutte le istituzioni, le autorità civili e religiose, le forze sindacali, le categorie economiche, tutte le forze di polizia e sicurezza, davvero tutti per non avere mai mollato. E non era né scontato né dovuto. Ricordo tutti coloro i quali ci hanno lasciato, tanti, troppi per considerarli un numero o una statistica. Per loro dobbiamo cambiare per migliorare. Ma alla fine desidero lasciare questo numero: 933. Sono i bambini nati a Rimini nei primi 11 mesi dell’anno orribile 2020. Si porteranno dietro per sempre una coincidenza anagrafica indimenticabile ma per Rimini il futuro comincia da loro".   

La cerimonia si è conclusa con la consegna dei riconoscimenti e la lettura delle motivazioni.
Ospedale ‘Infermi’  
Per avere operato, nel più difficile momento della storia cittadina, con professionalità, competenza, empatia, pietas nei confronti dei malati e della comunità intera; per avere rinnovato con la scienza e con il lavoro senza orari, con l’applicazione amorevole, la secolare tradizione dell’Ospedale di Rimini, snodo centrale della vita della comunità in ogni momento della storia; per la straordinaria abnegazione delle sue donne e dei suoi uomini, medici, infermieri, operatori sanitari, che con i loro sforzi e sacrifici hanno consentito al territorio di proteggere il presente per non perdere fiducia nel futuro. 

Laura Paolucci
Per avere contribuito alla divulgazione della grande narrativa e di storie italiane di ogni tempo, attraverso il linguaggio universale del cinema e della televisione di qualità; per la capacità di individuare il talento e di trovare la chiave migliore affinché esso divenga un messaggio popolare a cui appassionarsi e immedesimarsi; per essere protagonista di una stagione fortunata dell'industria creativa italiana, in cui la rappresentazione multiforme del grande ‘romanzo contemporaneo della Nazione’ rinnova e rilancia il settore della cultura e dello spettacolo. 

Maurizio Tamagnini
Per avere saputo guidare con coerenza il Fondo Strategico Italiano in anni disorientanti, fungendo da indispensabile e solido appoggio per l’impresa e l’industria italiana in crisi; per avere costantemente promosso, nei diversi ruoli assunti a livello internazionale , l’elemento etico del fare impresa, le cui sorti sono connesse indissolubilmente al più ampio benessere di comunità; per avere fatto dei suoi occhi di ‘provinciale’ un modo esplicito di guardare al mondo, traendone forza e visione originale per imporsi ai più alti livelli professionali.

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