Torna nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice la lapide dei profughi veneti della prima guerra mondiale

La lapide, nuovamente visibile, collocata nell’atrio della chiesa, certifica questa importante pagina di storia cittadina

Sabato pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice è stata ricollocata la lapide che i profughi veneti – sfollati a Rimini durante la prima guerra mondiale – lasciarono come ricordo del loro esodo. La cerimonia, ufficiata da Don Stefano, si è svolta al termine della Santa Messa alla presenza del vicesindaco Gloria Lisi, del Prof. Manlio Masini, direttore di “Aiminum”, che ne ha curato il recupero, del presidente del Rotary Club Rimini Fabio Scala e di una delegazione rotariana proveniente da Venezia.

La stele, distrutta all’inizio degli anni Sessanta del Novecento durante i lavori di ampliamento del tempio, è stata recuperata e ricollocata a cento anni dal sua posa, per iniziativa del Rotary Club Rimini e con il consenso dei padri salesiani che dal 1919 hanno in affidamento la chiesa. Il marmo sigilla una pagina di storia riminese e nazionale molto dolorosa e sofferta che prende inizio con “la disfatta di Caporetto”, quando gli austroungarici sfondarono le linee italiane lungo la valle del fiume Isonzo. Alla catastrofe militare, si aggiunse quella sociale e umanitaria. Una moltitudine di popolazione veneta calò come una valanga sul litorale romagnolo e occupò tutte le ville e le casette vuote lungo la litoranea da Cesenatico a Cattolica. Il lido di Rimini fu letteralmente invaso.

A mettere ordine ai rapporti di convivenza tra residenti, proprietari delle abitazioni e profughi furono le autorità civili del comune di Venezia che si trasferirono a Rimini. Il 7 settembre 1918 il Cardinale Pietro La Fontaine, patriarca di Venezia, venne a far visita agli sfollati. Il prelato rimase quattro giorni, durante i quali dette udienza alle delegazioni delle municipalità di tutti i comuni che accoglievano gli esuli; ispezionò 42 opere di soccorso nelle comunità di Cattolica, Riccione, Viserba, Bellaria, Cesenatico, celebrò sei funzioni religiose e pronunciò sette discorsi. A Rimini portò la sua parola e la sua benedizione all’Ospedale Civile e a quello della Croce Rossa americana presso il Sanatorio Comasco, dove erano curati anche un centinaio di profughi. Inoltre si recò a visitare istituzioni, comitati di assistenza, asili d’infanzia, scuole e laboratori per sfollati. La lapide, nuovamente visibile, collocata nell’atrio della chiesa, certifica questa importante pagina di storia cittadina.
 

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