"Uno Bianca", Fabio Savi interrogato come testimone a Rimini

Fabio Savi, il "lungo" della banda della Uno Bianca, si è presentato martedì al tribunale di Rimini per essere interrogato come teste nel processo a carico di Tamas Somogyi

Fabio Savi, il "lungo" della banda della Uno Bianca, si è presentato martedì al tribunale di Rimini per essere interrogato come teste nel processo a carico di Tamas Somogyi, 53 anni, l'ungherese considerato il contatto nell'Est Europa che aveva venduto armi alla banda che a partire dal 1987 e fino all'autunno del 1994, terrorizzò l'Emilia Romagna e le Marche, uccidendo 24 persone e ferendone 102. L'audizione di Fabio Savi si è tenuta a porte chiuse, come chiesto dallo stesso testimone per evitare il clamore mediatico.

Questioni legate alla sicurezza hanno determinato l'accoglimento della richiesta di Fabio Savi alla quale la Procura non si è opposta. Malumore invece per la decisione della Corte da parte dell'associazione delle vittime della Uno Bianca rappresentate dalla presidentessa Rosanna Zecchi, vedova di Primo Zecchi ucciso nel 1990. In cinque questa mattina erano arrivati a Rimini per "vedere" Fabio, ma sono dovuti rimanere nei corridoi del Palazzo di Giustizia.

"Siamo venuti da Bologna per vederlo - ha detto la Zecchi -, per sapere come sta, ci sono tante richieste per permessi premio. Noi vogliamo controllare e vigilare che non cambi qualcosa". La testimonianza di Fabio Savi è durata circa 20 minuti. E' arrivato dal carcere di Spoleto dove è detenuto, scortato da una ventina di agenti e carabinieri. Abito blu, camicia nera, è apparso calmo e collaborativo. Assistito dall'avvocato Fabio Lombardi, ha confermato ciò che ricordava sulla sua conoscenza con Somogyi e cioé che l'aveva conosciuto in Ungheria quando cercava di ottenere dei documenti per l'allora minorenne Eva Edit Mikula (la sua ex fidanzata citata come testimone nel processo).

Ha confermato dunque di aver comprato armi in Ungheria da Somogyi tra il 1991 e 1993 e di essere stato lui e il fratello Roberto a portarle in Italia. "Ne ho passate tante negli anni - ha concluso Savi - e francamente Somogyi è l'ultimo dei miei problemi". La principale accusatrice di Somogyi è la Mikula e secondo l'avvocato difensore, Massimiliano Scaringella di Roma, è stato importante che oggi Fabio abbia confermato che Somogyi non portò le armi in Italia. Già condannato per traffico internazionale di armi, questo è il secondo processo a carico dell'ungherese è partito in seguito all'annullamento della condanna da parte della Cassazione dopo il ricorso a Strasburgo.

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