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Vittima del multilevel marketing: "Col miraggio di un ottimo stipendio costretti a cantare e ballare"

Il racconto di Lara, reclutata come addetta ai colloqui: "L'obiettivo dell'azienda era quello di affiliare il maggior numero possibile di venditori da mettere in strada"

E' stato miraggio di un buon posto di lavoro, in linea con i propri studi e la propria professionalità, a spingere Lara (nome di fantasia per tutelare la privacy della professionista) a rispondere all'inserzione apparsa su internet dove un'azienda ricercava un'addetta alle risorse umane. L'invio della candidatura è stato l'inizio di quello che l'aspirante HR manager ha definito "un'esperienza surreale" all'interno dell'azienda Insideout concessionaria della Vitha Group finita nel mirino della Guardia di Finanza in seguito alla denuncia per truffa presentata da quattro ex affiliati che dovevano vendere alcuni prodotti porta a porta. "Quando mi sono presentata per il colloquio - racconta Lara - mi ha particolarmente stupito che non mi abbiano chiesto il curriculum e, tanto meno, nulla dei miei studi e delle mie passate esperienze. Allo stesso tempo, poi, hanno cercato di indirizzarmi a un altro settore rispetto a quello della candidatura: mi hanno parlato dei maggiori incassi e della 'sfolgorante' carriera che avrei potuto avere se invece avessi scelto di fare la venditrice. La cosa non mi interessava assolutamente e, la 'selettrice', mi ha così rimandato a casa dicendo che mi avrebbe telefonato per informarmi se il colloquio era andato bene".

"La sera stessa mi ha contattato - prosegue Lara - e il giorno successivo mi sono presentata in azienda dova hanno iniziato a 'formarmi'. L'appuntamento era in un capannone industriale dove alle 8 tutti i dipendenti, dai neo assunti ai capi, erano schierati e c'era l'assoluto divieto di parlare di questioni di lavoro. Da quel che ho capito i manager erano preoccupati che parlassimo tra noi dal momento che aziende simili erano già state oggetto di alcuni servizi delle Iene e di Striscia la Notizia e si voleva evitare che tra i nuovi arrivati si insinuasse il dubbio. Nonostante la pandemia e le prescrizioni, la giornata iniziava con qualche manager che raccontava davanti ai tanti intervenuti la propria 'case history': partiva sempre da un inizio difficile e, con termini pietosi, spiegava di aver avuto una famiglia povera e spesso orfano di padre e che come unico maschio doveva provvedere al sostentamento di madri, fratelli e sorelle. Un inizio dal nulla che però, grazie all'azienda, gli aveva permesso di cambiare letteralmente vita, di poter acquistare auto sempre più di lusso fino ad arrivare al Ferrari e di favolosi viaggi in tutto il mondo. La seconda parte della mattinata, poi, partiva la musica da discoteca e si iniziava a cantare e a ballare mentre venivano premiati i venditori che erano riusciti a vendere i prodotti. Tra gli applausi, questi raccontavano agli altri le loro strategie vincenti, i modi per agganciare i potenziali clienti e i segreti per far firmare loro i contratti. Di questo passo arrivava l'ora di pranzo e, tutti insieme, si mangiava all'interno del capannone per poi iniziare la giornata lavorativa coi venditori che andavano a caccia di clienti e i selettori che si occupavano dei colloqui per avere nuovi assunti".

"Il mio compito era di 'selezionare' quanti presentavano domanda - aggiunge Lara - ma presto mi sono resa conto che l'indicazione era quella di assumere tutti. Mi era stato dato un copione ben preciso di quello che dovevo e non dovevo dire. Tra l'altro se qualche candidato si presentava per un posto di lavoro come magazziniere, l'input era quello di fargli cambiare idea a ogni costo per fargli scegliere di entrare nella forza vendite. Stiamo parlando di qualcosa come 200 colloqui al giorno dove, l'obiettivo, era quello di fargli credere che ne dovevano superare almeno 3 per il sospirato posto di lavoro che invariabilmente doveva essere quello della vendita porta a porta. Dai ragazzini di 18 anni, in cerca della prima occupazione, a persone anche di 75 anni messe in ginocchio dalla crisi alla fine tutti sarebbero stati affiliati e mandati a vendere anche perchè a nessuno dell'azienda interessava leggere il curriculum dei candidati. Gli stessi selettori, a fine settimana, se riuscivano a non 'perdere' candidati facendoli arrivare al terzo colloquio per poi mandarli in strada a vendere venivano premiati con una gratifica".

"Per me è stata una cosa molto pesante -conclude Lara - tanto che me ne sono andata via con una scusa. Il mio mestiere è quello di aiutare le persone e vedere questi comportamenti mi ha fatto molto male anche perchè mi sono resa conto che all'azienda serviva tutto tranne che un consulente del personale. Si continuava a far leva su persone che avevano veramente bisogno di un lavoro per vivere e non me la sono sentita di andare avanti con quella che era una farsa. Oltretutto, poi, nonostante le prescrizioni imposte dalle normative anti-covid almeno una sera a settimana si organizzava all'interno del capannone una festa con tutti i manager tra musica e cibo".

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