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Zinnanti uccise il povero Lorenzo Bernabini per l'odio verso i gay

Il gip motiva la sentenza della condanna a 30 anni di carcere per il killer di Covignano. L'assassino descritto come una personalità "violenta, pericolosa, con evidenti simpatie per la simbologia nazista"

Fu il suo feroce odio contro gli omosessuali, già venuto alla luce con il tentato omicidio di un gay nel parco della Cava, a far scattare nella mente di Marco Zinnanti l'intenzione di uccidere Lorenzo Bernabini nella stradina fuori mano sul colle di Covignano. Queste le motivazioni della sentenza che ha portato per il killer una condanna a 30 anni di reclusione. "Ad una simile personalità, violenta, pericolosa, con evidenti simpatie per la simbologia nazista, era connaturata una certa ideologica avversione verso chi avesse tendenze omosessuali", scrive il giudice Sonia Pasini nel motivare la sua decisione, depositata il 28 aprile, per un assassinio nel quale è stata riconosciuta l'aggravante dei futili motivi. Zinnanti, quella mattina, era spinto da intenzioni omofobe e, aggiunge il giudice, "si ritiene che proprio questo abbia contribuito a far scattare la rabbia omicida del giovane. E' lo stesso imputato a rivelare in un interrogatorio, suo malgrado, le proprie difficoltà a rapportarsi con i gay, affermando di non stimarli, di provarne fastidio e che gli provocano il nervoso".

Inoltre il giudice descrive Zinnanti come un giovane pronto alla scalata della malavita locale e, proprio su questo aspetto, rientra l'allestimento del covo scoperto dagli inquirenti della polizia in via Teodorico. "Quello ritrovato nel covo di via Teodorico, armi, droga e molti soldi in contanti, dimostra come Zinnanti avesse collegamenti ad alto livello con ambienti delinquenziali legati al traffico di droga e come lui stesso si collocasse in posizione elevata nella scala criminale, godendo in ogni caso della piena fiducia di chi lo stipendiava a ben 2.500 euro al mese per mantenere quel covo e quanto in esso custodito". Per il giudice le simpatie naziste di Zinnanti, sia pure negate dal condannato, sono da ritenersi veritiere vista la baionetta con il simbolo della svastica trovata in un armadio in camera sua.

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