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Zona rossa, Gnassi: "Decisione inevitabile, il Governo decide su dati vecchi". Al vaglio progetti per la scuola

Il sindaco: "Ci confronteremo ancora con il mondo della scuola e le famiglie, valutando anche l’utilizzo di luoghi pubblici della città diffusa, che potranno offrire inedite opportunità"

Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi interviene spiegando la necessità di istituire la zona rossa in Romagna. Una decione figlia del netto aumento di ricoveri e contagi e presa anche rispetto al colore aranacione annunciato dal Governo, perché basato, come evidenzia il primo cittadino, "su fati vecchi di 10-12 giorni".

"L’istituzione della zona rossa è stata una decisione estremamente sofferta, ma inevitabile. I numeri parlano più di qualsiasi altra opinione - afferma Gnassi - Ausl e Regione ci hanno presentato attraverso dati inequivocabili e francamente preoccupanti, la necessità di adottare il provvedimento più restrittivo per cercare di controbattere, subito e senza aspettare le analisi già vecchie del Governo. Su questo bisogna essere chiari. L’indice Rt utilizzato dal Governo per definire i colori delle zone è costruito a livello nazionale su dati risalenti a 10/12 giorni addietro e non su una scala subregionale, provinciale o di area vasta.   La nostra organizzazione sanitaria ed il coordinamento tra regioni (che deve adottare le ordinanze) l’Asl, gli enti locali e le Prefetture permettono di avere dati attuali e di prospettiva, giorno per giorno. Su questi dati puntuali vanno prese decisioni in relazione alle evidenze e alle indicazioni dell’Asl. Il dato per la Provincia di Rimini e la Romagna è che c’è un virus che ha ripreso a correre con una velocità e una diffusività che non lasciano spazio a tentennamenti".   

Romagna in zona rossa: divieti e cosa si può fare

Gnassi spiega che c'è un aumento di contagi superiore al 60% in una sola settimana. "Tutta la Romagna ha l’incremento percentuale dei casi più alto in Regione insieme a Bologna e Modena. Con tali dati l’attività di tracciamento e isolamento dei nuovi casi non può reggere. Inoltre, aumentano i ricoveri, sia nei reparti ordinari, sia in terapia sub intensiva e intensiva. Tutto ciò rischia di incidere sempre più su prestazioni medico sanitarie e chirurgiche non Covid che potrebbero non essere garantite ai livelli previsti. Si registra, a fronte di una soglia critica individuata in 500 casi per 100mila abitanti su 14 giorni, una media della Romagna di 760 casi, 850 per la Provincia di Rimini, con un tasso di occupazione di posti letto nelle nostre strutture ospedaliere ancora sotto controllo, ma in netta crescita. Occorre quindi agire in maniera tempestiva, con la speranza che si tratti dell’ultima stretta da affrontare, nella consapevolezza che questi ennesimi sacrifici, insieme ad una necessaria e urgente accelerazione della campagna vaccinale, possano consentirci di guardare alla primavera ed all’estate con nuove e fiduciose prospettive. È chiaro a tutti che tutto dipenderà dalla campagna vaccinale, che ha bisogno di un salto radicale, e da ristori e sostegni precisi e rapidi alle imprese, alle quali non si possono più sventolare le ragioni della burocrazia. I Comuni, che sono in presa diretta con le imprese, lavoratori e famiglie, hanno avanzato proposte che vengono dal mondo reale dei problemi e dei sacrifici. Abbiamo chiesto al Governo che siano rapidamente accettate".  

Il primo cittadino sottlinea che "Nessuno prende queste decisioni a cuor leggero, soprattutto oggi, con sulle spalle il peso di un anno di restrizioni, di chiusure, di stop and go, che finiscono per logorare famiglie e attività economiche. E soprattutto, ferisce dover tenere ancora chiuse le porte di asili e scuole. Una verità dolorosa, come ci dicono i dati di oggi, è che le varianti del virus non stanno risparmiando le fasce di età più giovani, appare una decisione estrema, ma non aggirabile. Non esiste un fondo che possa risarcire i nostri bambini e i nostri ragazzi per tutta l’esperienza educativa, formativa e di vita che stanno perdendo. Occorre però essere chiari: la scuola è già da diverso tempo un’emergenza nazionale, non meno preoccupante di quella strettamente sanitaria, che coinvolge tutti, dalle istituzioni agli studenti. Oltre a rappresentare una enorme difficoltà per le famiglie nella gestione quotidiana, rinunciare alla didattica in presenza significa alimentare un impoverimento educativo, relazionale, oltre che culturale. Credo che il sistema Paese debba pensare ad un grande piano nazionale con al centro un investimento straordinario per il recupero della socialità ferita e del tessuto formativo che solo la scuola in presenza può fornire".  

E, infine, annuncia che nei prossimi giorni "ci confronteremo ancora con il mondo della scuola e delle famiglie per mettere a disposizione come Comune, appena sarà possibile e durante tutto l’anno, ulteriori azioni e progetti, valutando anche l’utilizzo di luoghi pubblici della città diffusa, che potranno aprire nuovi orizzonti e offrire inedite opportunità".  

Siamo stanchi, colpiti al cuore, ma non si può mollare. i prossimi mesi e l’anno in corso saranno quelli dell’uscita e della ripartenza”.   

  

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