Piccolo commercio, Zanzini: "Un'attività su 3 rischia la chiusura"

L'esponente di Federmoda-Confcommercio: "Si pensi a un diverso utilizzo del credito d’imposta e al taglio delle aliquote dell’imposta sulle locazioni e dell’Imu”

“Le misure straordinarie per il contenimento dell’epidemia da Covid-19 hanno inciso e tutt’ora incidono sulle attività economiche, con un impatto drammatico sugli esercenti. Le attività – sottolinea Giammaria Zanzini, referente provinciale e consigliere nazionale di Federmoda-Confcommercio - dapprima hanno dovuto chiudere temporaneamente e ora alla riapertura fanno i conti con il forte decremento di redditività per l’inevitabile calo generale dei consumi. I dati confermano le difficoltà soprattutto per le piccole imprese. A maggio l’Istat registra un +41% dell’e-commerce e un -18% dei negozi fisici rispetto all’anno precedente. Le diminuzioni maggiori riguardano abbigliamento e pellicceria (-38,1%), foto-ottica e strumenti musicali (-37,4%) e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-34,8%). Un’azienda su 3 rischia la chiusura entro l’anno. Faccio dunque un appello a tutti, affinché contribuiscano ad aiutare le imprese ricominciando ad acquistare nei negozi fisici, ovviamente sempre con le dovute disposizioni. Solo così, tutti insieme, potremo uscire da una crisi che mina alla base non solo l’economia, ma la nostra socialità e la vivibilità delle nostre città. Gli indicatori turistici lasciano sperare in una ripresa del comparto per i prossimi mesi e questo potrebbe essere un segnale di speranza anche per il commercio".

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"Una delle voci che pesa maggiormente sui costi di un esercente è il canone d’affitto della sede in cui si esercita l’attività commerciale – continua Zanzini - che per la maggior parte dei casi è in locazione: su questo bisogna continuare a lavorare con un approccio sistemico per poter davvero parlare di ripresa. In questi mesi non sono mancati esempi virtuosi di locatari che hanno volontariamente abbassato i canoni di affitto ai conduttori, ma purtroppo si tratta di una bassissima percentuale. Rimodulare il canone d’affitto non è una pretesa, ma una esigenza che rimane impellente, anche se sui contratti stipulati da privati nessuna istituzione può intervenire. Insieme all’appello al buonsenso tra le parti, consapevoli che con il terremoto socioeconomico che stiamo vivendo ad ogni sfratto di un piccolo commerciante il locatario rischia di ritrovarsi senza affittuario per tantissimo tempo, possiamo mettere sul piatto alcune proposte che coinvolgono anche le amministrazioni pubbliche. Senza dimenticare che una recente sentenza del Tribunale di Venezia ha stabilito che l’esercizio commerciale chiuso per lockdown non è tenuto a pagare il canone per i mesi di chiusura in quanto la stessa è stata determinata da una causa di forza maggiore non derivante da responsabilità riconducibili al conduttore dell’immobile. Una strada per uscire da questo empasse potrebbe essere dirottare lo sgravio fiscale del 60% inserito nel Decreto Rilancio, dal locatario dell’immobile commerciale, che ora più che mai ha bisogno di liquidità immediata, al proprietario dell’immobile che potrebbe non farsi pagare le mensilità per intero recuperando il resto in sede di dichiarazione dei redditi. In questo momento versare un canone mensile per avere un credito tra alcuni mesi non è una misura in grado di dare conforto alle piccole imprese. Un’altra opportunità sarebbe quella di ridurre l’aliquota di imposizione sulle locazioni, trasformando la parte così ridotta in uno sconto sul canone. Ma affinché si possa interagire con i proprietari immobiliari, è urgente lavorare per ridurre le aliquote Imu”.
 

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