Pubblicato il report dell'osservatorio sull’economia e il lavoro in provincia di Rimini

Nel 2015 non c’è stato il passaggio al segno più per l’andamento del valore aggiunto, diminuito ancora il numero delle imprese attive

Secondo le stime macroeconomiche più recenti, in provincia di Rimini non c’è stato nel 2015 il passaggio al segno più per l’andamento del valore aggiunto. Mentre l’Italia e l’Emilia-Romagna hanno registrato una crescita, rispettivamente dello 0,8% e dell’1%, a Rimini c’è stato ancora un arretramento dello 0,5%. Le prospettive per l’anno in corso e per il prossimo biennio si allineano invece a quelle nazionali e prevedono una crescita moderata dell’1,4% annuo. Gli indicatori congiunturali invece sono tornati in terreno positivo già nel corso del 2015. Il settore industriale ha visto crescere sia gli ordini che la produzione e il fatturato, dopo diversi anni consecutivi di riduzione. È però diminuito ancora il numero delle imprese attive, a testimoniare che continua il processo di consolidamento e ristrutturazione del settore. Anche le esportazioni hanno subito una nuova battuta d’arresto lo scorso anno, con una performance deludente soprattutto se comparata con quella regionale (-0,5% contro +4,4%) e nazionale. Hanno pesato la crisi russa e il rallentamento di alcuni mercati dell’Unione Europea.

D’altronde a Rimini il settore manifatturiero ha un incidenza minore rispetto alla media regionale e anche la propensione all’export è sostanzialmente la metà. Le esportazioni riminesi sono concentrate dal punto di vista merceologico (più della metà riguarda abbigliamento e macchinari) e quindi più esposte agli andamenti settoriali. Per le costruzioni è stato un anno in chiaroscuro: alle variazioni ampiamente positive di produzione e fatturato delle imprese si è contrapposto un vero e proprio crollo dell’occupazione (-31%) che tocca i minimi di sempre. È il terziario il settore preponderante nell’economia della provincia, contando sui ¾ del valore aggiunto e degli occupati e il 70% delle imprese attive, soprattutto per il peso del turismo e delle attività ad esso connesso. In questo ambito si è registrata una leggera crescita del numero delle imprese attive (+0,3%), ma soprattutto è aumentata l’occupazione (7%). Il 2015 d’altronde è stato un anno buono per il turismo che ha fatto registrare una crescita sia degli arrivi (+4,3%) che delle presenze (1,7%).

Il turismo riminese è però ancora troppo legato al mercato nazionale: gli italiani rappresentano l’80% dei turisti, e solo 1 su 5 quindi viene dall’estero. Ci sono però positivi segnali di tenuta e di crescita rispetto ai principali mercati europei, ma ha pesato anche nel turismo ha pesato la crisi russa. I turisti dalla Russia, che nel 2014 aveva rappresentato il primo paese di provenienza degli stranieri, si sono dimezzati nel 2015, affossando anche le statistiche su arrivi e presenze dall’estero. Il turismo riminese quindi sembra subire sia in positivo sia in negativo i riflessi della situazione geopolitica mondiale e del mediterraneo. Nel complesso la dinamica del mercato del lavoro è stata positiva, almeno stando agli indicatori classici: è leggermente risalito il tasso di attività, è cresciuto il tasso di occupazione al 62,9% (ma resta il più basso tra le province della regione) mentre è diminuito il tasso di disoccupazione attestandosi al 9,5%. In questo quadro ci sono comunque segnali preoccupanti provenienti da alcuni comparti: il crollo dell’occupazione nell’edilizia (-31%), che riflette con ritardo le difficoltà che il settore ha vissuto negli ultimi anni, ma anche l’esplosione delle richieste di cassa integrazione straordinaria nell’industria dell’abbigliamento (+293%), che non lascia tranquilli per il futuro.

Il mercato del lavoro riminese però, anche come conseguenza della specializzazione del sistema produttivo, mostra diversi elementi di fragilità e vulnerabilità maggiori rispetto alla media regionale. Innanzitutto c’è una forte stagionalità dell’impiego legato al turismo (il 70% delle strutture ricettive sono aperte su base stagionale) e quindi maggiore discontinuità del lavoro. Più della metà dei lavoratori dipendenti del turismo hanno un contratto stagionale. Anche come conseguenza di ciò, tra i lavoratori dipendenti, a Rimini solamente il 71% ha un contratto a tempo indeterminato contro l’86% della media regionale; nel turismo (alberghi e ristoranti) la quota non supera il 26%. In secondo luogo c’è un maggior ricorso al lavoro part time che riguarda il 30% degli oltre 73 mila lavoratori dipendenti della provincia. Questi elementi vanno sempre tenuti in considerazione in quanto l’aumento del tasso di occupazione, soprattutto in periodi di debole congiuntura economica, può derivare semplicemente dalla riduzione dell’intensità di lavoro degli occupati (meno giornate lavorate nel corso dell’anno, riduzione dell’orario di lavoro, ricorso alla cassa integrazione guadagni) piuttosto che da un’espansione del mercato. Diversi elementi e indicatori ci fanno dire che questo fenomeno può essere più diffuso a Rimini che in altre province. Sulla base di un calcolo che l’Ires propone da diversi anni, se l’intensità di lavoro fosse rimasta la stessa degli anni immediatamente precedenti alla crisi, oggi si registrerebbero fino a 14.000 occupati in meno rispetto a quelli rilevati dalle statistiche ufficiali, facendo quindi raddoppiare il tasso di disoccupazione.

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Il 2015 è stato anche un anno di importanti riforme del mercato del lavoro, che hanno avuto un impatto anche nella nostra provincia. Si registrano però due fenomeni assolutamente divergenti. Da un lato, se guardiamo ai dati del Sistema informativo lavoro della Regione, osserviamo un aumento dei nuovi contratti a tempo indeterminato avviati nel corso dell’anno. In percentuale sul totale arrivano al 10% il doppio rispetto al 2014 e un 40% rispetto alla media degli anni precedenti. Si tratta quindi di una decisa inversione di tendenza, confermata e rafforzata anche dall’aumento delle trasformazioni di contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Sul versante opposto però è esploso, a Rimini come nel resto d’Italia, il ricorso al lavoro accessorio retribuito attraverso i buoni lavoro (i cosiddetti voucher). Secondo alcuni dati di stampa, Rimini è la terza provincia della regione per utilizzo del lavoro accessorio, con oltre 1,5 milioni di voucher venduti nell’ultimo anno (numero raddoppiato rispetto all’anno precedente). Tirando le fila, si scorge a Rimini una ripresa ancora fragile e soprattutto più lenta e più incerta rispetto alle previsioni. Quello che appare evidente è che la crescita prospettata, anche per i prossimi anni, è del tutto insufficiente a recuperare nel breve e nel medio termine il terreno perduto negli anni della doppia recessione e a riassorbire le perdite di occupazione e di potere d’acquisto subite delle famiglie riminesi.

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