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Zanzini: "I negozi di abbigliamento affossati da lockdown e smart working"

Il referente provinciale e consigliere nazionale di Federmoda-Confcommercio lancia l'allarme: "Anche a Rimini il settore è in grande crisi e perde insegne importanti"

“Anche a Rimini il settore moda continua ad essere in grande crisi e a perdere insegne importanti, ultima delle quali la Boutique Wuelle in pieno centro storico: pur comprendendo la scelta delle titolari, non posso però che rammaricarmi per la perdita di un prezioso ed elegante punto vendita di qualità". A lanciare l'allarme è Giammaria Zanzini, referente provinciale e consigliere nazionale di Federmoda-Confcommercio, che snocciola numeri impietosi dovuti a costi di gestione alti che, a livello nazionale, vedono a rischio chiusura 17.000 punti vendita con un'incidenza sull'occupazione di 35.000 addetti. "I saldi, ormai in chiusura - spiega - non hanno portato i benefici sperati e in attesa di conoscere i dati finali, i commercianti al dettaglio stanno già facendo gli ordini per i capi estivi del prossimo anno, come sempre con circa 8 mesi di anticipo. I rischi però sono e rimangono tutti in capo ai negozianti. Per questo continuiamo una battaglia di filiera, chiedendo a gran voce che le copie commissioni che si firmano con clausole molto stringenti, debbano essere integrate con una aggiunta nella quale si metta bene in evidenza che per eventuali chiusure forzate dei negozi imposte per legge o per qualsiasi altro motivo indipendente dalla volontà del commerciante, il rischio dell’invenduto debba essere ripartito tra il commerciante stesso e le aziende e le industrie che hanno consegnato la merce".

"Ai negozianti - conclude Zanzini - già da anni in piena crisi, affossati dal lockdown e con i magazzini ancora pieni, non basta certo qualche piccola dilazione di pagamento come sta avvenendo ora. Lo smart working, unito all’assenza di turisti stranieri nelle nostre città e alla mancanza di eventi economici come fiere e convegni e sociali come le serate nei locali da ballo, sta dando il colpo di grazia al nostro settore, bloccando di fatto la voglia e la necessità di acquistare capi di abbigliamento e accessori. Inoltre, ancora una volta chiediamo che le industrie internazionali debbano essere vincolate al rilascio delle copie commissioni anche in lingua italiana e non solo in inglese. Esiste una disparità tra industria e commercio che deve essere chiarita una volta per tutte. L’industria della moda deve capire che senza il commercio al dettaglio non può sostenersi a sua volta e che nemmeno il commercio on-line basta a sopperire la mancanza di vendite nei negozi in sede fissa. Gli ultimi dati delle associazioni dei produttori di moda ne sono la conferma: un calo del fatturato del 40% nel secondo trimestre 2020 con prospettive sul terzo trimestre ancora più pessimistiche devono essere un campanello d’allarme sul quale costruire nuove sinergie di filiera e non innalzare muri che non giovano a nessuno. Un appello anche agli imprenditori e alle famiglie, affinché sostengano il settore moda del territorio preferendo gli acquisti nei negozi di vicinato per dare vita ad un percorso virtuoso che, ad esempio nel turismo con le vacanze di prossimità, quest’estate ha portato numerosi benefici al nostro territorio”.

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