Mercoledì, 17 Luglio 2024
Cultura Coriano

Vinicio Marchioni: "Ho inseguito la memoria di Dino Campana attraverso i suoi frammenti di vita"

L'attore, noto al grande pubblico soprattutto per il ruolo del Freddo nella serie "Romanzo Criminale", sabato sarà al Teatro CorTe di Coriano con lo spettacolo "La più lunga ora", da lui scritto e diretto, nel quale dà voce al poeta Dino Campana.

Chi arriva dal teatro conosce Vinicio Marchioni per le sue esperienze con Luca Ronconi, per essere stato Stanley Kowalski in Quel tram che si chiama desiderio diretto da Antonio Latella, per essersi nuovamente misurato con Tennessee Williams nelle ultime stagioni con la pièce La gatta sul tetto che scotta, per la regia di Arturo Cirillo. Ma l'enorme successo di pubblico è senz'altro arrivato con il ruolo del Freddo in Romanzo Criminale, la serie televisiva di Stefano Sollima basata sul romanzo di Giancarlo de Cataldo, a sua volta ispirato alla storia della Banda della Magliana.
Sabato sera Marchioni arriva al Teatro CorTe di Coriano con uno spettacolo, La più lunga ora - Ricordi di Dino Campana, da lui scritto, diretto ed interpretato, in cui presta voce al poeta di Marradi nei suoi ultimi quattordici anni di vita nel manicomio fiorentino di Castelpulci.

Com’è avvenuto l’incontro con la poesia di Dino Campana e come hai lavorato - in qualità di attore e di regista - sul testo di una mente, usando un’espressione di Alda Merini, “innamorata del suo dolore”?
"Sono un appassionato di poesia, l'ho sempre letta e frequentata. Ho incontrato quella di Dino Campana leggendo i Canti Orfici e sono stato attratto dalla sua esistenza. Ho studiato e letto le biografie su di lui, tutte contrastanti: questo mi ha fatto avere un quadro complessivo contraddittorio, nel quale non si capisce dove finisca la realtà ed inizi la mitologia (come accade per i suoi infiniti viaggi, ad esempio quello in Argentina o un altro, a piedi con una carovana di zingari, fino a Costantinopoli). La domanda che ha innescato l'esigenza dello spettacolo è stata: 'Come fa un uomo, prima di tutto, e poi un poeta a sopravvivere per quattordici anni in un manicomio?' E riprendendo la prima lezione di Samuel Beckett secondo la quale esistere dipende dalla percezione di sè, mi sono detto che, forse, la cosa migliore per lui, per sopravvivere a se stesso, potrebbe essere stata cercare di ri-raccontarsi la propria esistenza, rimetterla in scena giorno dopo giorno fino all'ultima ora. Da questa considerazione ho iniziato a scrivere frammenti di vita di Campana, per poi rimetterli insieme, come per inseguire la sua memoria, per cercare di ottenere la prova che l'abbia vissuta davvero, questa vita. Dopo tanti anni ti può venire il dubbio. Come attore ho lavorato principalmente sulla memoria, mettendomi nei suoi panni - per quanto possibile - e lavorando sulla pazzia. Su questo mi trovo d'accordo con la definizione della Merini: l'esistenza artistica è inseguire e tentare di rielaborare una difficoltà stessa di esistere."

A Coriano vedremo in scena anche tua moglie, l’attrice Milena Mancini, nei panni di Sibilla Aleramo, poetessa e amante di Campana. Come sei approdato alla scelta di inserire questa controparte femminile?
"Considero questo spettacolo un work in progress costante, ogni volta che lo riprendo lo tratto come materia viva e in costante cambiamento: per questa edizione mi sono reso conto che, forse, gli mancava qualche cosa, e questo qualche cosa era la storia d'amore con Sibilla Aleramo. Fino a questo momento pensavo che su loro due si fosse già detto molto, ricordo il film di Michele Placido e tanti altri spettacoli ispirati al loro carteggio, ma poi mi sono reso conto che non poteva esistere la figura di Dino Campana senza raccontare questo incontro di anime complesse piene di vuoti e di dolore, certo, ma anche piene di grandissima arte. Di conseguenza, con Milena Mancini abbiamo lavorato ad integrare quello che avevo scritto io, inserendo l'ingresso di Sibilla Aleramo condensandone la vita in questo incrocio fulminante. Stiamo parlando di due persone che quando si vedevano si amavano, si menavano, si ubriacavano, scrivevano, passeggiavano: un amore meraviglioso e pieno pieno di cose, dalla poesia all'arte, al dolore. Un amore presente forse ancora prima del loro incontro."

Nei Canti Orfici memoria e oralità sono determinanti per la sopravvivenza sia dell’opera che dell’autore. Cosa vuol dire per te leggere ad alta voce? Perché pensi che funzioni dare corpo alle parole, oggi? 
"Io penso che l'oralità sia la più antica forma di comunicazione che l'essere umano ha. Per l'esperienza teatrale che ho, sono convinto che lo strumento più importante sul palcoscenico sia la voce, che ovviamente si porta dietro anche un certo tipo di corpo. Con una poesia come quella di Campana, dopo varie edizioni di questo spettacolo, mi sono reso conto che la struttura migliore fosse quella della lettura, che naturalmente è interpretatissima, e credo che in questo senso l'oralità, e cercare di trasferire l'emotività di un'esistenza dietro una poesia solo attraverso la voce, sia una sfida molto alta - non a caso Campana è stato uno dei poeti preferiti di Carmelo Bene, che ci ha insegnato moltissimo sull'utilizzo della voce in scena."

Qual è la tua percezione, da attore e da regista, del pubblico teatrale di oggi?
"Avendo appena finito la seconda tournée de La gatta sul tetto che scotta, con 122 repliche in due stagioni in tantissimi teatri d'Italia, devo dire che ho una percezione del pubblico molto positiva. Credo che gli spettatori siano meno ingenui e molto più preparati di quanto si possa pensare. Personalmente nutro un grandissimo rispetto per il pubblico, che per noi è davvero la prima cartina di tornasole, e credo che sia prontissimo a ricevere qualsiasi tipo di offerta teatrale. Anzi, percepisco una grande fame di cose di qualità - che vuol dire tutto e non vuol dire niente - ma non ci si deve fare, dal punto di vista artistico, nessun tipo di scrupolo. C'è la consapevolezza necessaria a capire e ad accogliere la qualità, in qualsiasi forma arrivi. Basti pensare alla versione di Natale in casa Cupiello di Latella: il regista destrutturava la tradizione dell'opera di Eduardo, eppure c'era la fila fuori dai teatri. Bisogna avere soltanto il coraggio di proporre, nella maniera più onesta possibile, il proprio tipo di sensibilità al pubblico."

Parliamo di televisione. Hai interpretato, negli anni, ruoli molto importanti, primo fra tutti il Freddo nella splendida serie diretta da Stefano Sollima, Romanzo Criminale. Rispetto alla tua formazione teatrale al fianco di Ronconi, Latella, Latini  - solo per citarne alcuni - cosa hai imparato lavorando al cinema e in tv?
"Probabilmente ho imparato la leggerezza, e con questo termine intendo il fatto che nel fare teatro si ha un sacco di tempo, si fanno prove, repliche, si approfondisce, mentre davanti alla macchina da presa hai due minuti di ciak in cui devi dare tutto quanto e cercare di arrivare il più possibile attraverso le battute del tuo personaggio. Devi anche imparare ad accettare che quando il regista dice che un ciak è buono per lui, allora è buono per tutti quanti, e non lo rifarai mai più."

Speriamo presto di rivederti in palcoscenico con lavori di ricerca come questo. Hai qualche progetto per il futuro in tal senso? 
"In questo momento sto facendo le prove di un monologo teatrale che vede me come regista: si tratta di un testo contemporaneo della scrittrice Valentina Diana, intitolato L'eternità dolcissima di Renato Cane e interpretato dall'attore Marco Vergani. Non so ancora quando debutteremo, spero in un festival estivo."

Lo spettacolo La più lunga ora - Ricordi di Dino Campana, poeta, pazzo, di e con Vinicio Marchioni, con la partecipazione di Milena Mancini nelle vesti di Sibilla Aleramo, accompagnato dalle musiche suonate dal vivo da Ruben Rigillo è in scena al Teatro CorTe di Coriano sabato 12 marzo alle 21,15 (platea 15 euro, galleria 12 euro). 

info: www.corianoteatro.it

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