Parole controtempo, Vito Mancuso parla di Virtù

“Parole controtempo – riflessioni inattuali per un mondo più desiderabile” è il filo conduttore della nuova rassegna filosofica che partirà il 9 ottobre e si chiuderà il 20 novembre. La kermesse, promossa dalla Biblioteca di Misano sotto la regia di Gustavo Cecchini, prevede 8 serate che si svolgeranno al Cinema Teatro Astra di Misano Adriatico con inizio alle ore 21.00. Il primo appuntamento è venerdì 9 ottobre con Umberto Galimberti e con la parola Sacro. Vent’anni fa nel libro "Orme del sacro" il filosofo esplorava la religiosità in Occidente. Da allora la riflessione sul sacro si è approfondita definendo compiutamente una visione del cristianesimo a cui riconoscere il merito di aver dato vita e forma all'Occidente, ma che a questo Occidente ha anche strappato il cuore autenticamente religioso. Il cristianesimo è per Galimberti la religione dal cielo vuoto che ha desacralizzato il sacro preferendo la razionalità della filosofia greca al comandamento dell'amore. Per contare ancora qualcosa nel mondo dominato dalla tecnica, questo cristianesimo esangue si è ridotto a un'agenzia etica, che si pronuncia su aborto, fine vita, scuola pubblica e privata. Come affrontare da soli l'abisso della propria follia che il sacro sapeva rappresentare e la ritualità religiosa placare?
Venerdì 16 ottobre il teologo Vito Mancuso parlerà di Virtù. Il termine virtù è un po’ superato, sa di antico, per non dire di dolciastro, quasi nessuno oggi per fare un complimento a qualcuno dice “ma come sei virtuoso!”, mentre il termine virtuoso viene usato quasi esclusivamente per descrivere doti tecniche, come quando si dice “un virtuoso del violino”. Si tratta quindi di una parola decisamente inattuale. Eppure essa ha una tradizione invidiabile nel campo del pensiero, sia filosofico sia pedagogico sia teologico, si pensi all’importanza del concetto di “virtus" in latino e di “areté" in greco.
Mercoledì 21 ottobre l’Astra proporrà un fuori programma con il filosofo Massimo Cacciari che presenterà la sua ultima pubblicazione “Il lavoro dello spirito: saggio su Max Weber”. Tra il 1917 e il 1919 Max Weber tenne due conferenze dal titolo Die geistige Arbeit als Beruf, traducibile come «Il lavoro dello spirito come professione». Formulazione pregnante, perché rappresentava l'idea regolativa che aveva animato il mondo della cultura borghese e avrebbe costituito il filo conduttore del successivo pensiero rivoluzionario. Il «lavoro dello spirito» è il lavoro creativo, autonomo, il lavoro umano considerato in tutta la sua attuosa potenza, la cui affermazione libera dalla condizione di lavoro comandato, dipendente, e cioè alienato. Ma il suo dissolversi nella forma capitalistica di produzione finisce col delegittimare la stessa autorità politica che nella «promessa di liberazione» trova il proprio fondamento. La «gabbia di acciaio» è destinata a imprigionare anche quel «lavoro dello spirito» che è la prassi politica? Lo spirito del capitalismo finirà col destrutturare completamente lo spazio del Politico, riducendolo alla forma del contratto? O tra Scienza e Politica sono ancora possibili relazioni che ci affranchino dal procedere senza mete né fini del sistema tecnicoeconomico? Cacciari si confronta con queste domande attualissime che, un secolo fa, Max Weber poneva con drammatica chiarezza.
Venerdì 30 ottobre il latinista Ivano Dionigi interrogherà la parola Demone. I contemporanei non ci sono attuali: guardano il cielo stellato ma non si meravigliano, sono angosciati dall’esistenza ma non sono tragici, elaborano ricette ma non redigono nuove tavole della legge, parlano di tutto ma non di noi. Sono i classici i competenti in umanità e i maestri di saggezza: con i loro precetti – obbedire al tempo, seguire il demone, conoscere se stessi, non eccedere in nulla, conoscere la natura – ci soccorrono nel rispondere alla domanda di Agostino: "Tu chi sei?". Sono i classici che, liberandoci dalla saturazione e dalle spire del presente, ci ricollegano alla memoria dei trapassati e ci interpellano sulla responsabilità verso i nascituri, rendendoci partecipi di quella grande comunità – res publica maior la chiamava Seneca – che ci precede e ci eccede. Torna attuale l’invito che Max Weber, echeggiando la saggezza classica, rivolse ai giovani che, nei giorni segnati dalle macerie della prima guerra mondiale, chiedevano cosa dovevano fare. Rispose semplicemente: “Ognuno segua il demone che tiene i fili della sua vita”. Venerdì 6 novembre l’economista Stefano Zamagni rifletterà su quella che per Platone era la regina delle virtù cardinali, oggi svuotata di senso e associata a figure di poco fascino: Prudenza. L’idea di prudenza che ci hanno trasmesso i classici è quella della capacità di governare le passioni e di orientare l'azione al perseguimento di un bene comune di tipo universale, attitudine di cui oggi abbiamo più che mai bisogno. Il pensiero economico dominante concepisce erroneamente la prudenza solo come avversione al rischio, mentre in realtà il problema è vedere al di là dei vantaggi a breve termine e agire secondo una visione di lungo periodo. Ecco allora che la vera sfida è trasferire il principio di prudenza alla sfera collettiva e farlo vivere all'interno del disegno delle istituzioni e dei sistemi di governance delle imprese. Martedì 10 novembre lo storico Franco Cardini porterà alla ribalta la parola Onore. Che ne è dell'onore? Una parola dalla storia impegnativa, che ha i suoi momenti alti nell'antichità e nell'età feudale dove in seno al mondo cavalleresco diviene un irrinunciabile valore immateriale, differenziandosi in complesse gerarchie e sottili variabili di casta, di condizione socioeconomica, di età, di sesso. La società attuale sorride di quei significati, ma lungi dal costituire un residuo arcaico, definitivamente sostituito dal più democratico concetto di dignità, oggi l'onore può parlare ancora al nostro immaginario, e riproporre una sua mai esaurita valenza politica. Venerdì 13 novembre la riflessione dell’antropologo Marco Aime si concentrerà sulla parola Comunità. Un ambiente accogliente, dal ritmo lento, un insieme costituito da legami stretti e caldi: la parola «comunità» ci riporta con nostalgia a un mondo che sembra inevitabilmente consegnato al passato. Come e quando abbiamo perduto la capacità di mantenere viva la comunità? La società urbano-industriale ha segnato il primo profondo cambiamento, indebolendo relazioni e rituali ai quali era affidata anche una memoria condivisa. Ma il colpo decisivo è arrivato dalla Rete, dove le communities mediano i rapporti attraverso uno schermo, senza spazi fisici condivisi, senza empatie, senza incontri. La velocità sostituisce la qualità, i tweet la conversazione, gli emoticon i sentimenti. Ma nell'era dei non luoghi, dell'eterno presente e dell'amicizia ridotta a like, il bisogno di comunità resta. Cosa fare per tentare di ricostruire un «noi» fondato su autentici legami di prossimità? Infine venerdì 20 novembre chiuderà la rassegna Nuccio Ordine con la parola Solidarietà, valore che sembra dimenticato nella brutalità dell'attuale situazione sociale. L’egoistica visione insulare degli esseri umani, che ha favorito i successi elettorali di molti partiti razzisti e omofobi nel mondo, viene smentita da alcune bellissime pagine di grandi classici: non è vero che ogni uomo è un’isola separata; l’umanità, al contrario, è un unico continente in cui tutti i suoi abitanti sono uniti da legami di fratellanza e solidarietà. Da Seneca a Virginia Woolf, da John Donne a Walt Whitman, da Montaigne a Tolstoj, da Francesco Bacone a Antoine de Saint-Exupéry i classici ci insegnano, come ricordava Albert Einstein, che «solo una vita vissuta per gli altri è una vita che merita di essere vissuta».

Ingresso libero fino ad esaurimento posti, è richiesta la prenotazione. Per ogni serata è prevista anche la diretta Youtube. Per informazioni: 0541618484 Email: biblioteca@comune.misano-adriatico.rn.it                       
 

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