I poeti che fecero la rivoluzione, in scena gli eroi ribelli della letteratura

Da Boris Pasternak, costretto a rifiutare il Nobel per la Letteratura nel 1958 a Vasilij Grossman, il cui romanzo, Vita e destino, di drammatica bellezza, fu sequestrato nel 1962 e pubblicato clandestinamente in Svizzera nel 1980. Da Osip Mandel’stam morto nei GULag, nel 1938, mentre “consolava i detenuti cantando le sue traduzioni di Petrarca, vicino al fuoco” a Varlam Salamov, che raccontò l’esperienza delle prigioni russe nei Racconti della Kolyma, che fu obbligato a ritrattare, in una specie di giudizio pubblico medioevale, nel 1972. Un’epoca che ha ucciso i suoi poeti, raccontata attraverso letture e suggestioni nello spettacolo La scienza dei commiati – I poeti che fecero la rivoluzione scritto da Davide Brullo e Silvio Castiglioni, protagonisti sul palco del Teatro degli Atti venerdì 9 marzo alle 21 (ingresso libero).

Lo spettacolo, ripercorrendo, per istanti e folgorazioni, la vita di alcuni tra i massimi poeti e scrittori russi del secolo scorso, intende indagare il rapporto tra arte e potere. Perché il potere per esistere ha la necessità di schiavizzare gli artisti o di eliminarli? Perché il potere stritola la libertà del poeta, la creatura tra tutte più fragile, per giustificarsi?

Cent’anni fa, nell’ottobre del 1917, i bolscevichi capeggiati da Lenin prendono il Palazzo d’Inverno, a San Pietroburgo. Imprimono, in questo modo, una svolta alla storia mondiale. Intorno alla Rivoluzione russa – spesso partecipi, comunque acuti osservatori – si muovono alcuni dei più grandi poeti e scrittori del Novecento: Boris Pasternak, Vladimir Majakovskij, Anna Achmatova, Aleksandr Blok, Maksim Gor’kij… Quasi subito, però, la rivoluzione delle arti, dei costumi, dello spirito, anelata dai poeti viene stroncata dall’azione dei governanti. Nel 1918 Lenin ordina di far chiudere le riviste ‘libere’, l’anno dopo anche le case editrici private dovranno chiudere i battenti: sarà soltanto la casa editrice di Stato a decidere cosa pubblicare e cosa censurare. Per i poeti le strade sono segnate: l’esilio o la prigione, oppure il silenzio, se non vogliono diventare i ‘megafoni’ del nuovo ordine sovietico.

Comincia dalla Rivoluzione russa, in modo clamoroso, la repressione degli artisti liberi, pratica perpetrata, drammaticamente, nel Novecento, anche dal fascismo e dal nazismo. Nel 1921 Evgenij Zamjatin, lo scrittore russo di Noi, firma un articolo, Ho paura, in cui riassume con acuminata chiarezza lo stato dell’arte nell’era dell’arte di Stato: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”.  

Ingresso libero. 

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