Teatro Corte, Torna in Romagna Gianfranco Berardi con "In fondo agli occhi"

Sabato alle ore 21,15, il Teatro CorTe di Coriano ospita la giovane prosa contemporanea di In fondo agli occhi, nuovo spettacolo della Compagnia Berardi Casolari, scritto e interpretato da Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari con la regia di César Brie. Luci e audio Andrea Bracconi; elementi scenici Franco Casini e Roberto Spinaci; collaborazione musicale Giancarlo Pagliara; organizzazione Carlotta Ghizzoni. Con il sostegno del Teatro Stabile di Calabria.

Torna in Romagna Gianfranco Berardi, drammaturgo e attore che in soli dieci anni di attività ha già vinto con i suoi spettacoli il Premio Scenario e il Premio ETI – Nuove Creatività. Un talento in ascesa molto amato dalla critica - che per la sua forza scenica lo ha accostato all’immenso Leo De Berardinis – e tra i beniamini di Sostiene Bollani (Rai 3). Dopo aver stregato il pubblico della Riviera con l’omaggio a Modugno di Io provo a volare! – in scena nel febbraio scorso al Teatro del Mare di Riccione – l’istrione Gianfranco Berardi torna sul palco affiancato dalla compagna d’arte Gabriella Casolari con il nuovo spettacolo che il Teatro CorTe ha ospitato la scorsa primavera per una breve residenza creativa alla vigilia del debutto. Naturale dunque il ritorno della Compagnia per la presentazione al pubblico della nuova produzione nella sua forma compiuta.

In fondo agli occhi è uno spettacolo di nuova drammaturgia che affronta le tematiche della crisi e della malattia da questa prodotta e derivata. Un racconto poetico, graffiante e senza retorica, a cui la regia del grande artista argentino César Brie regala un ritmo serrato e musicale, molto jazz. In scena una barista, Italia, donna delusa e abbandonata dal suo uomo, e Tiresia, suo socio e amante, non vedente. Raccontano la loro storia, i loro sogni mancati, le debolezze e le speranze in un bar, metafora di un Paese dove “… non è rimasto più nessuno… perché ci vuole talento anche per essere mediocri…”. La finzione, il mescolamento di vissuti da bar, di frammenti autobiografici e di fantasie drammaturgiche e registiche portano attori e pubblico fino In fondo agli occhi: quelli di chi scrive, quelli di chi ascolta, quelli di chi legge, quelli di chi piange, quelli di chi ride, di chi guarda ma non vede, quelli di chi sogna, quelli di chi vede ma non si accorge, quelli di chi cerca, quelli di chi un giorno finalmente rivedrà!

Autobiografico e universale vanno di pari passo in questo affresco del contemporaneo che si sviluppa da due differenti punti di vista: uno reale, in cui la cecità, malattia fisica, diventa filtro speciale attraverso cui analizzare ciò che stiamo vivendo, e l’altro metaforico, in cui la cecità è la condizione di un intero Paese rabbioso e smarrito che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita. Chi è più cieco di chi vive, senza avere un sogno, una prospettiva davanti a sé, di chi essendone consapevole, non può far altro che cedere alla disperazione? Un paese cos’è in fondo se non le persone che al suo interno vivono e si muovono? Un paese non sono le case, non sono le chiese, né i bar o le istituzioni ma la gente che al loro interno abita e ne dà il valore. Un paese malato quindi è fatto da gente malata.

Ecco dunque la cecità, la malattia di Gianfranco, attore non vedente, maniera autentica e necessaria, di condividere empaticamente il nostro tempo; metafora attraverso cui raccontare la crisi, in quanto fonte di dolore ma al contempo di opportunità per rivalutare l’essenziale e mettersi in gioco in prima persona, svelando ciò che si è così come si è. Inevitabile poi affrontare l’aspetto complementare della malattia: la cura, reale esperienza che Gabriella vive in scena e nella vita. Come ogni punto di forza può essere, nella vita, punto di debolezza, allo stesso modo la fragilità, in scena, può diventare perno su cui esprimere tutto il proprio potere.

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