Bagno di folla al Complesso degli Agostiniani per Veltroni

E' stato un atto d'amore verso Rimini, la sua gente, la sua essenza più vera quello andato in scena quello nel tardo pomeriggio di mercoledì negli spazi del Complesso degli Agostiniani

E’ stato un atto d’amore verso Rimini, la sua gente, la sua essenza più vera quello andato in scena quello nel tardo pomeriggio di mercoledì negli spazi del Complesso degli Agostiniani, in occasione dell’anteprima nazionale dell’ultimo romanzo di Walter Veltroni “L’isola e le rose”, in libreria. Centinaia e centinaia i riminesi e non che hanno gremito con appassionato interesse i vari momenti articolati che hanno caratterizzato la giornata e la conversazione a più voci che, con protagonisti d’eccezione, ha accompagnato il pubblico sulle suggestioni di questa storia vera, tutta riminese, che Walter Veltroni ha scoperto navigando sulla rete, innamorandosene.

“Solo a Rimini poteva nascere un progetto cosi – scrive Veltroni nei ringraziamenti che chiudono il libro -. Per tutte le ragioni descritte nel romanzo. Perché Rimini e poeticamente strana, perché è stata un avamposto di mondo futuro, perche ha rappresentato la prima allegria collettiva di un paese e di un continente che si lasciavano alle spalle le trincee e le camicie tutte di un colore, il fumo delle camere a gas e le biblioteche bombardate, l’odio fra “stranieri” e le guerre civili tra i fratelli della stessa nazione. Rimini allegra e sognante, veloce e ambiziosa era lo scenario migliore immaginabile per il progetto dell’ingegner Rosa e per questa storia.”

“Una storia di un’utopia – come scrive Veltroni - contrastata dal potere e di un sogno che valeva la pena vivere”. Una storia straordinaria e vera come, forse, solo a Rimini poteva accadere, da cui l’autore prende spunto per raccontare la nascita, a undici chilometri dalla costa, di un’isola artificiale che richiama turisti da tutta Europa, l’idea di una micronazione indipendente e l’invenzione di una radio libera.

Da quella storia vera, Veltroni ne ha tratto la metafora di quel vento di libertà che ha caratterizzato più del ’68 – che, forse, come ha detto l’autore, ha rappresentato più la fine che non l’inizio di quel momento – la generazione che nasce all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale parla di ragazzi, “ragazzi - come scrive Battista sul Corriere – che il mondo nuovo lo volevano creare in mezzo al mare, su base volontaria e senza l’uso di strumenti coercitivi e intolleranti.”

Una generazione che, nelle pagine del libro, è incarnata da Giulio, l’incorreggibile vitellone, Giacomo, l’avvocato, Lorenzo figlio del proprietario del Grand Hotel, Simone il genio della classe diventato un inquieto ingegnere. Quattro ragazzi di Rimini, uniti da un’amicizia nata sui banchi di scuola e destinata a superare qualunque contrasto, che si fanno ammaliare dall’idea folle di Giulio: costruire una piattaforma appena oltre il limite delle acque territoriali, dove accogliere una comunità di artisti, poeti, musicisti, amanti della bellezza.

Un filo narrativo forte su cui si sono confrontati, condotti dalla mano esperta della giornalista Tiziana Ferrario, il Sindaco di Rimini Andrea Gnassi, l’attore Fabio De Luigi e Sergio Zavoli, che nel suo contributo ha speso pagine toccanti d’amore per la Città, “luogo in cui la metafora è davvero l’oggetto simbolico di una realtà tra concreta e irreale… una città della quale si conosce sempre più ciò che mostra e dimostra, non sempre quello che è in se stessa, come il suo imprendibile genius naturale, cioè la sua più spontanea scaturigine ispirativa, per l’appunto la metafora dei suoi tratti utopici, le sue risorse fantastiche, le sue strutture continuamente fungibili, messe ogni volta al servizio di ciò che manca alla “città che vive”…”

Un bel ritratto sulle passioni di quegli anni e sulla città, che scava nelle profondità dello spirito riminese sapendosi muovere a proprio agio come uno che sembra essere cresciuto qui da sempre, così il Sindaco Andrea Gnassi saluta l’ultimo lavoro letterario di Veltroni, “Walter ha saputo cogliere meglio di altri le sfumature più autentiche di una certa “riminesità”, riuscendo perfino a cogliere il significato intraducibile di certe espressioni onomatopeiche scanzonate e trasformandole in suoni, i suoni inconfondibili delle parole della nostra terra. Ai colori e ai suoni ha aggiunto la poesia dei sogni e delle utopie, quelli che solitamente sembrano svanire dopo il grigiore delle nebbie invernali e che quei quattro ragazzi riminesi hanno invece continuato a perseguire, come a ricordarci che quando ti dicono non si può fare, allora lo facciamo, lo facciamo insieme”.

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