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'Emilia Romagna Coraggiosa' di Rimini: "ll divario di genere è diventato una voragine di genere"

Stiamo parlando di una cronica miopia o intenzionale epurazione? Assistiamo ad una vera e propria recessione al femminile

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di RiminiToday

Stiamo parlando di una cronica miopia o intenzionale epurazione? Assistiamo ad una vera e propria recessione al femminile: 101mila posti di lavoro persi 99mila sono posti di donne  privando l’economia di una delle sue più significative risorse: la risorsa DONNA.
Dobbiamo renderci conto che la parità di genere è una questione della collettività, degli uomini e delle donne il cui contributo è determinante per l’economia e per la tenuta sociale di questo paese. Un paese che ha una occupazione femminile ancora al di sotto della media europea e un tasso di natalità sempre più vicino a zero.

Il Covid-19 non ha fatto altro che svelare ciò che da sempre è frutto della nostra disattenzione verso le donne tanto da vedere ora che il 71% degli infortuni da covid sono di lavoratrici e  che i lavori di cura finora svolti nel sommerso ora diventati invisibili e che i lavori delle donne più esposte al precariato sono scomparsi. Il problema non riguarda solo le donne che non lavorano più ma anche le donne che ancora stanno lavorando ma che per conciliare vita e lavoro  chiedono di ridurre  l’orario di lavoro o stanno pensando di doverlo lasciare. Questo perché, e sarebbe ipocrita negarlo, la vita quotidiana è di fatto diversa tra donne e uomini e gli impegni di cura sono ancora quasi esclusivamente a  carico delle donne, a volte anche in situazioni monoparentali in cui da sole gestiscono la vita familiare.

Una donna espulsa dal mondo del lavoro non significa solo impoverimento di un reddito familiare, ma anche e soprattutto un impoverimento  delle relazioni di crescita e di benessere. Ora oltre  alla malattia dobbiamo rispondere alla sofferenza. E’ la sofferenza di chi si vede costretto ad abbandonare il lavoro perché non ce la fa più a conciliarlo con la propria maternità, con i propri impegni di cura verso cari e familiari. E’ la sofferenza di un sistema che non garantisce  e forse non è nemmeno convinto che la parità deve essere la  priorità necessaria alla disintossicazione di un modello malato. Per parlare di parità dobbiamo essere sensibili, avere quella sensibilità che ci fa sentire che la sua assenza è un  problema; preoccuparci per essa, destinare risorse per realizzare  e concretizzare. Ora il divario di genere è diventato una voragine di genere; una vera e propria emorragia. 

Siamo obiettivi: non esistono stesse possibilità di accesso al lavoro, stessa retribuzione a medesima mansione, stesse opportunità imprenditoriali nell’accesso al credito, nelle posizioni apicali, nella progressione di carriera sia nel Pubblico che ne privato; ma esistono demansionamenti, dimissioni, licenziamenti, molestie e discriminazioni di genere. Tutto questo è la vita reale e non ne usciamo fino a quando non prendiamo atto e riconosciamo i nostri stereotipi che DI FATTO continuano ad escludere le donne dal mondo del lavoro, della politica, dei ruoli decisionali, dalle pari opportunità. Senza questa consapevolezza non vedremo mai  quali sono le condizioni che discriminano. Fingiamo che tutto sia regolare, proclamiamo la parità ma di fatto, i nostri comportamenti seppur apparentemente neutri, generano differenze di trattamento  se a seconda del  sesso di appartenenza, della fede al dito, del desiderio di diventare madre. Tutto questo modo automatico e scontato di pensare sta ingabbiando uomini e donne. Noi donne non  dobbiamo mascherarci da uomini per essere credibili, ma non dobbiamo nemmeno rinunciare alla nostra professionalità e competenza per essere donne con una vita di scelte e di affetti privati.

Stiamo vivendo la sofferenza di redditi familiari ridotti, la sofferenza di dover decidere (e non scegliere) se lasciare il lavoro per accudire i figli o i cari anziani, Stiamo vivendo la perdita di tutti quei lavori già per loro natura precari e legati a settori ora maggiormente in crisi che per loro natura venivano espletati da donne.  Lasciare il lavoro o perdere il lavoro non sarà mai una scelta dai risvolti positivi ma una privazione  che respireremo  nelle famiglie, sempre più in disequilibrio e sempre più impoverite. Quella privazione che si è già trasformata in  frustrazione che inevitabilmente impernia le nostre relazioni e che forse i nostri figli già già stanno agendo nelle risse di piazza. Dobbiamo essere consapevoli che i processi non sono mai  neutri e non riguardano mai una sola categoria ma l’intero sistema in cui la disparità di genere sarà da considerare come  una delle più gravi ingiustizie finora perpetuate 

Per questo Coraggiosa Rimini con fermezza e senza timore avrà tra le sue priorità il tema delle donne e delle disuguaglianze. Coraggiosa Rimini riconosce come l’Agenda 2030 l’obiettivo della parità di genere e questo lo si potrà raggiungere sostenendo quelle imprese disposte a riprogettare i propri modelli  organizzativi in un’ottica di armonizzazione dei tempi, quelle imprese che non precludono le donne dalle progressioni di carriera, che non le vedono come un peso al rientro dalla maternità ma come RISORSA e non mero costo. Promuoviamo una cultura dei congedi parentali e di un sistema di welfare. Sosteniamo l’educazione sentimentale per idea nuova non solo di donna ma soprattutto di uomo. Redigiamo bilanci di genere per analizzare gli impatti delle singole voci sulla vita quotidiana delle donne e degli uomini, delle famiglie; negli appalti pubblici premiamo i fornitori che nei loro CdA hanno donne con potere di firma; garantiamo autonomia economica a chi entra in un progetto di protezione dalla violenza, vediamo che tutto questo è un problema da risolvere e solo allora un pragmatismo politico che destini fondi si renderà credibile e quel incendio doloso si spegnerà.

Coraggiosa Rimini 

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