Il consigliere di Pari opportunità: "Siamo nella fase 'se riapriamo come lo facciamo?'”

Carmelina Fierro: "Non possiamo ragionare e fare cose con schemi vecchi,  in un momento completamente diverso dal solito

Nella giornata di martedì il consigliere provinciale di Pari opportunità, Cermelina Fierro, è intervenuta sulla situazione dell'epidemia di Coronavirus e, in vista della fase2, ha dichiarato che "Pensiamo e osiamo parole nuove e pensieri nuovi. La situazione ce lo impone". "La prima domanda a mio avviso che umilmente dobbiamo porci - commenta la Fierro - è: ”Perché il lavoro agile non ci ha trovati già pronti con strumenti e procedure già sperimentate nonostante la Legge sul lavoro agile sia del 2017?” Questa domanda non la si fa per recriminare sul passato ma per guardarci allo specchio e capire come siamo fatti e cosa in realtà blocca l’avvio di percorsi nuovi. Cosa non ci permette di essere innovativi prima che l’innovazione irrompa da sé e non trovarci ad improvvisare? Faccio questa riflessione perché ora le premesse di questa fase sono, a mio avviso: il virus esiste e quindi il contagio e il rischio di ammalarci; non possiamo ragionare e fare cose con schemi vecchi,  in un momento completamente diverso dal solito".

"Questo vuol dire - spiega il consigliere - che dobbiamo avere il coraggio di usare altri modelli, parole mai usate prima o usate poco. Come ad esempio i rischi psicosociali al lavoro. Esiste la Valutazione dello Stress Lavoro Correlato: facciamola e facciamola fare a chi è abilitata a farla. Adeguiamo tutta la valutazione dell’azienda alla situazione covid-19 non solo come controllo e prescrizioni per il datore di lavoro  ma come sostegno per capire quali sono i campanelli d’allarme, i cosiddetti eventi sentinella (assenze, malattie, infortuni, molestie e esigenze di conciliazione) in sintesi, come vivono i dipendenti nella sua azienda. Facciamo la Valutazione di secondo livello nelle aziende, analizziamo gli indicatori dello stress lavorativo correlato e riconosciamo l’efficacia e l’utilità di una sorveglianza non solo sanitaria sulle idoneità ma anche sul come si sta psicologicamente al lavoro. Questo sostiene i comportamenti e le motivazioni. Io posso avere anche i migliori dispositivi di protezione ma se non sono motivato, se sono spaventato, se sono esasperato rischio di utilizzarli male o addirittura rifiutarli. Sosteniamo i comportamenti con la presenza di professionisti abilitati a farlo. Esistono gli psicologi del lavoro per questo. Perché non si parla di loro?"

"Per quanto riguarda informazione e formazione - prosegue la Fierro - è l’unico strumento che abbiamo: informare in maniera chiara e dettagliata non sulle percentuali di morti o sulle previsioni economiche. Su questo sappiamo poco e possiamo promettere meno. Parliamo della sospensione che c’è e della paura del contagio e di cosa occorre fare quando si tornerà in azienda. Parliamo di cosa  stanno vivendo le persone in cassa integrazione e di cosa hanno bisogno per poter tornare a lavorare. Contattiamoli, parliamo e informiamo. Informiamoli sulla sospensione, diamole voce ma formiamoli anche. Piccoli gruppi in viedochiamate per far vedere loro i dispositivi che dovranno utilizzare, per mostrare come utilizzarli, per ascoltare perplessità e dare voce ai tanti dubbi. Spieghiamo come si usa una mascherina, come si gettano i guanti e quali percorsi seguire in azienda. Facciamo, è nostra responsabilità e non deleghiamo a programmi televisivi improvvisati e avulsi dalla realtà. Chiamiamoli anche per raccogliere le loro esigenze di cura dei figli che comunque sono a casa e certo non possono essere lasciati da soli. Le agenzie finora a sostegno (scuole, parrocchie, asili, centri ricreativi) sono chiuse. Quindi cosa facciamo? Come possono lavorare due genitori che hanno i figli a casa? Raccogliamo le loro esigenze. Ogni azienda chiami i propri dipendenti e non tramite rappresentanti ma ciascuno di loro. Facciamoli parlare e dire della loro situazione familiare. Se non la conosciamo come possiamo organizzare la riapertura? Evitiamo di trovarci di fronte a assenze per malattia, aspettative, congedi perché questo vorrebbe dire impoverire di più le aziende e impoverire le famiglie".

La conciliazione dei tempi esiste da anni come esigenza e come invito - conclude. - Esistono le leggi e finora non l’abbiamo presa davvero, la conciliazione dei tempi, come priorità. Ora, come per lo smartworking anche la conciliazione dei tempi urla e rivendica tutta la nostra attenzione. Conciliazione dei tempi significa però rivedere le organizzazioni aziendali, avere il coraggio di nuovi modelli organizzativi in cui il tempo deve essere considerato flessibile e non strutturato. Dobbiamo evitare le cosiddette ore di punta, ma dobbiamo promuovere anche flessibilità. Ogni azienda se riapre deve dimostrare di poter pensare a  part time reversibili, orari ridotti, orari flessibili. Deve poter pensare anche cose mai pensate prima che possono addirittura sembrare paradossali,  come ad esempio Cassa Integrazione a rotazione in base anche alle esigenze di armonizzazione dei tempi, e possibilità di assunzioni temporanee per riprendere l’attività. Allora anche il divieto di licenziamento per due anni e per chi è stato assunto prima del 23 febbraio 2020 farà meno paura e sarà di incoraggiamento soprattutto alle donne che, tanto lo sappiamo, saranno le prime a dover cambiare, rinunciare al lavoro, rimanere a casa quando non possono lavorare in smartworing che, se possibile, rischia di portarle all’esasperazione perché maggiormente  le lavoratrici, le mamme, saranno  costrette a lavorare  in situazione di convivenza con i figli e costrizione a casa. Tutto va visto in stretta connessione con tutto: un intervento in un’area avrà ripercussione in tutte le altre aree del sistema".

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