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Pecci: "La sinistra riminesi si è ricreduta su Muccioli, furono loro a volere il 'processo delle catene'"

L'esponente leghista in consiglio comunale interviene dopo le prese di posizione a favore del fondatore di SanPa

Dopo le prese di posizione a favore di Vincenzo Muccioli espresse dal mondo politico riminese, all'indomani dell'uscita su Netflix del docufilm su San Patrignano, ad analizzare la vicenda è Marzio Pecci consigliere comunale della Lega che attacca il perbenismo della sinistra nei confronti del fondatore della comunità a 40 anni dal processo che lo vide imputato  per sequestro di persona e maltrattamenti. "Leggo i tanti commenti positivi provenienti dalla sinistra sulla Comunità di San Patrignano - spiega Pecci in una nota stampa - ed apprendo con stupore e piacere che chi ha voluto il processo a Vincenzo Muccioli oggi si sia ricreduto e si esprima favorevolmente come hanno fatto il Sindaco, alcuni membri della Giunta e dell’Assemblea regionale oltre al Presidente della Provincia.Non ho visto il docufilm diffuso da Netflix e per questo sull’opera non posso e non voglio esprimere un giudizio, su quella che è, comunque, libera espressione artistica, però sento la necessità di intervenire per ricondurre a realtà l’immensa opera del fondatore della Comunità: Vincenzo Muccioli. Per fare ciò occorre ricordare lo svolgimento del processo nei suoi confronti per “sequestro di persona” avanti al Tribunale di Rimini".

"Quasi quarant'anni fa nell’aula giudiziaria - sicorda l'esponente leghista - si contrapponevano l’accusa, che aveva portato sul proprio banco le catene usate da Muccioli per trattenere i giovani in preda alla crisi di astinenza e dall’altra la difesa che aveva portato sul proprio banco 150 tesi di laurea di giovani che, “recuperati”, si erano laureati. La sinistra di allora, quella del Partito Comunista, volle quel processo rifiutando di riconoscere a Vincenzo Muccioli il merito, all’epoca, di aver tolto dalle piazze circa 1.500 ragazzi dediti al consumo dell’eroina e, molti, di averli aiutati a riprendere gli studi. Le chiacchiere, i riconoscimenti postumi, gli scandali, le delusioni di chi non c’è più, le immagini, magari strumentali, servono a poco.La realtà è che Vincenzo Muccioli e la comunità di San Patrignano furono sottoposti ad un processo sbagliato voluto da una sinistra comunista che non era riuscita a capire che le “catene”, esibite trionfalmente dall’accusa, avevano portato al recupero di migliaia di tossicodipendenti. Il difensore di Vincenzo Muccioli, l’avv. Alberto Dall’Ora del Foro di Milano, definì quel processo di “frontiera” perché riguardava “il confine delle cose che mutano nella società”. L’uso dell’eroina e delle droghe era entrato tra i giovani e in molti, troppi, morivano. La sinistra comunista, che già allora controllava la sanità romagnola, si rifiutava di accettare, in una società che non aveva soluzioni di trattamento alternativo, il metodo seguito da Muccioli".

"La giustizia riminese di allora - conclude Pecci - non volle e non ebbe il coraggio di pronunciare una sentenza assolutoria per “legittima difesa putativa” invocata dal difensore Alberto Dall’Ora che aveva paragonato il Muccioli a San Giovanni Crisostomo cioè a colui che forte del proprio zelo e rigore fu oggetto di forti opposizioni alla sua persona e dovette subire un doppio esilio morendo poi durante i trasferimenti. Dall'Ora commentò la sentenza del Tribunale di Rimini con queste parole: “I giudici hanno avuto paura di volare. Poteva essere questa una giornata di primavera del diritto, ma é rimasta inverno, grigio inverno”. Muccioli fu, comunque, assolto in secondo grado e la Comunità di San Patrignano, oggi, piaccia o non piaccia, è uno straordinario simbolo di efficienza che testimonia l'importanza della sussidiarietà".

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