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Prosegue la sfida tra Bologna e Rimini sui futuri assetti societari della maxi-fiera

Testa a testa tra il sindaco del capoluogo emiliano e l'amministrazione romagnola sul modello di gestione

Come nei film americani in cui giovani scapestrati in giubbotto di pelle si sfidano in folli corse in macchina in cui perde chi cede per primo, prosegue la sfida tra Bologna e Rimini sui futuri assetti societari della maxi-fiera che dovrebbe nascere dall'integrazione tra i quartieri delle due città (più Vicenza): fusione, come vorrebbe il sindaco del capoluogo emiliano, o holding, come continua a proporre l'amministrazione romagnola. Vincerà chi riuscirà imporre il proprio modello. Per ora, sempre per restare nella metafora cinematografica, è "stallo alla messicana". L'ultimo incontro, venerdì pomeriggio, tra Virginio Merola e Andrea Gnassi si è chiuso con una nulla di fatto: Rimini, nonostante il secco 'no' alla holding ribadito da Bologna nel summit precedente, si è presentata al tavolo della Regione con la stessa proposta (modulata in tre varianti), di nuovo respinta.

Ma, come nelle pellicole degli anni '50, il rischio è che la sfida, se non si troverà un accordo, finisca con entrambe le auto fuoristrada, visto che il rilancio delle due società, che hanno i bilanci falcidiati dalla crisi pandemica, potrebbe dipendere dai fondi collegati all'operazione di fusione (a cominciare dalle risorse promesse dalla Cassa depositi e prestiti). Senza contare che il tempo stringe. La Regione vorrebbe chiudere in fretta la partita e anche Rimini preme, prendendo a pretesto le scadenza imposte dalla Borsa. Insomma, la pressione sui soci è alle stelle. Il lavoro dei tecnici, intanto, va avanti e il consiglio di amministrazione della Fiera di Bologna ha proseguito gli approfondimenti tecnici sull'operazione, in attesa che dagli azionisti venga un'indicazione definitiva sulla strada da imboccare.

C'è da dire che Bologna, almeno questa volta e almeno per ora, è compatta sull'ipotesi della fusione e contro la holding: la pensa così il sindaco, ma, soprattutto, ne convinti gli azionisti privati (associazioni di categoria e imprese presenti nel capitale), che venerdì hanno ribadito la loro posizione. Del resto, oltre alle obiezioni di carattere strettamente finanziario ("Chi investirebbe mai in una holding a controllo pubblico?", chiedono), c'è il timore oggettivo di essere tagliati fuori dal controllo della nuova società, visto che nella holding entrerebbero solo i soci pubblici. Senza contare le implicazioni di carattere fiscale collegate a una soluzione di questo tipo. Merola e Gnassi dovrebbero tornare a incontrarsi probabilmente già questa settimana per provare a chiudere e non far saltare il banco.
 

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