Pesce azzurro ma non solo

In un orizzonte nazionale e regionale difficile per la pesca il mercato ittico di Rimini resta un punto di riferimento importante per l'Emilia Romagna

di Federico Soffici

Centotrenta Km di costa, dal Po di Goro, in provincia di Ferrara, alla foce del torrente Tavollo, a Cattolica. Fondali sabbioso-fangosi, bassa profondità, temperature che in superficie vanno da un minimo di 7° a un massimo di 28, salinità tra i 20 e i 38 grammi per litro.

Questa è la fascia costiera dell’Emilia Romagna, che proprio per queste sue caratteristiche ha verdi acque che sono l’habitat ideale per una variegata e ricca fauna marina. Sogliole, triglie, naselli, canocchie, seppie, mitili sono solo i pesci che più comunemente si incontrano, anche se non si prende il largo, ma se ci si sposta un po’ dalla riva è possibile imbattersi anche in tonni, delfini, tartarughe e pesci luna.

La pesca è un settore importante per l’economia di queste zone e nella provincia di Rimini, in particolare, se ne praticano molte tipologie: strascico, volante, draga idraulica, attrezzi da posta. Per quantità, il prodotto maggiormente sbarcato è il pesce azzurro, ma molto importante economicamente è anche la pesca a strascico. Nel riminese viene svolta, sia con reti tradizionali a divergenti, sia con i ramponi, reti a bocca fissa di metallo, di circa 2-3 m di apertura, trainate da grossi scafi, che allargando lateralmente delle aste riescono a trainarne anche 4 o 6. Le specie più comunemente pescate con lo strascico sono le triglie, le sogliole, le seppie e le canocchie. A Rimini esiste un importante mercato ittico, attraverso il quale transitano ogni anno circa 1.500 tonnellate di prodotto, tra pesci, molluschi e crostacei. Anche nel porto di Rimini sono presenti imbarcazioni adibite alla mitilicoltura, che operano negli impianti realizzati a poche miglia a sud del porto, su un’area di circa 400 ettari.

Il trend della produzione ittica nazionale, però, evidenzia un calo costante, e negli ultimi due anni si è attestato al di sotto delle 400mila tonnellate, con il 35% di imbarcazioni (oggi sono solo 13.500) e 18mila posti di lavoro in meno negli ultimi 30 anni. A questo dato si accompagna un ridimensionamento economico del comparto pesca in mare, con una diminuzione nazionale del fatturato derivante da attività di cattura del 30% nel periodo 2000-2011 e del 5% per il pescato di allevamento.

Non fa eccezione l’Emilia Romagna, dove il numero dei battelli da pesca tra il 2000 e il 2010 è calato di 400 unità, passando in dieci anni da 1.059 a 659 barche. “Negli ultimi 25 anni - afferma il presidente di Coldiretti Impresa Pesca, Tonino Giardini, commentando i dati dell'Osservatorio dell'Economia ittica della Regione Emilia Romagna - le importazioni di prodotti ittici sono passate dal 23 al 72 per cento e, di conseguenza, il consumo di prodotto nazionale è in continuo calo. Solo negli ultimi due anni l'autosufficienza dell'Italia nel rifornimento del pesce è sceso dal 32,8 per cento al 30,2 per cento. Abbiamo perso di vista il mercato - sostiene Giardini - e le imprese rimaste faticano a fare reddito. Per ogni euro di pesce pagato dal consumatore, solo 25 centesimi vanno al pescatore”.

Secondo elaborazioni Impresa Pesca Coldiretti su dati Ismea, anche per effetto della crisi il consumo domestico di prodotti ittici è diminuito complessivamente dell'1,5 per cento nel 2012. In calo, soprattutto, gli acquisti di pesce fresco, scesi del 3 per cento rispetto allo scorso anno ed in particolare di alici (-9,9 per cento), calamari (-8 per cento) e vongole. Ad aumentare le difficoltà il fatto che due pesci su tre consumati in Italia provengono dall'estero, ma attualmente la legge sull'etichettatura prevede la sola indicazione della zona di pesca che peraltro non è prevista obbligatoriamente per il pesce servito al ristorante. Secondo Impresa Pesca Coldiretti solo rendendo obbligatoria l'etichettatura d'origine potrà essere garantita piena trasparenza rispetto alla situazione attuale in cui si moltiplicano i casi di pesce straniero spacciato per italiano.

E Coldiretti porta gli esempi del pangasio del Mekong, venduto come cernia o del polpo del Vietnam spacciato per nostrano. E ancora dell'halibut atlantico spacciato per sogliola, il dentice dalla Mauritania e le vongole turche, mentre i gamberetti sono spesso targati Cina, Argentina, Mozambico o, ancora, lo stesso Vietnam, dove peraltro è permesso un trattamento con antibiotici che in Europa è vietato in quanto pericoloso per la salute.

Una buona notizia viene però dal Rapporto “Mare Monstrum 2013” di Legambiente, secondo il quale l’Emilia Romagna migliora la sua posizione per quanto riguarda la pesca di frodo. Sono in calo le infrazioni accertate, che si fermano a 216 con 213 persone denunciate o arrestate e 36 sequestri effettuati, contribuendo per il 4% sul numero totale.

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